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La voglia del governo di limitare il diritto a manifestare il dissenso

È già difficile trovare i rapporti di causa effetto nel campo delle scienze naturali, che non ho nessuna ambizione di farlo nel campo sociale e politico. Tuttavia sono convinto che la grande mobilitazione di massa in Italia e in moltissimi Paesi del mondo abbia influito positivamente sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza che speriamo tutti porti a un vero processo di pace.

 

Questa premessa per sostenere l’utilità di mobilitarsi per una causa giusta, di manifestare la propria critica rispetto a chi detiene il potere, almeno finché il sistema politico ha una parvenza di democrazia e che è possibile farlo. Purtroppo quest’espressione del dissenso non sembra sia piaciuta molto agli esponenti del governo e della maggioranza che lo sostiene. Il dissenso è stato interpretato, non è certo la prima volta, come un esplicito affronto e ostacolo all’azione dell’esecutivo, considerandolo anche eversivo nei confronti delle istituzioni che loro rappresentano.

 

Così, all’interno della maggioranza che sostiene il governo in carica qualcuno ha pensato di farsi interprete della “maggioranza silenziosa” degli italiani che hanno vissuto con fastidio gli scioperi che si sono verificati in questi giorni, soprattutto di quelli nei trasporti e nei servizi pubblici.

Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons
Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

Mi riferisco all’idea del Ministro dei Trasporti Salvini di stabilire una cauzione a carico degli organizzatori delle manifestazioni per far fronte a eventuali danni creati da frange violente e a quella di Maurizio Gasparri parlamentare di FI di instituire il reato di antisemitismo anche per chi critica lo Stato di Israele o il suo governo, qualsiasi cosa questo governo faccia.

 

Nel caso della geniale proposta di Salvini, mi chiedo se esiste qualche Paese democratico in cui sia prevista qualcosa del genere. L’assurdità di questa idea consiste nel pensare che chi organizza una manifestazione dovrebbe avere il controllo totale su cosa possano fare migliaia o milioni di persone. Risulta evidente quanto la proposta sia antidemocratica e anticostituzionale, un deposito cauzionale taglierebbe fuori praticamente tutte le piccole organizzazioni sociali e la possibilità di manifestazioni spontanee.

 

Nella proposta di Gasparri, in perfetto allineamento con le dichiarazioni di Netanyahu, praticamente si afferma che lo Stato di Israele, a differenza di qualsiasi altro, godrebbe di uno statuto giuridico diverso, sarebbe l’unico che non si potrebbe criticare in quanto la conseguenza sarebbe di incappare nell’accusa infamante di antisemitismo. Io credo che proprio questa pretesa di unicità e trattamento speciale nel consesso internazionale sia uno dei principali motivi che alimentano l’antisemitismo.

 

In un altro momento storico simili idee sarebbero state derise e il loro destino, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato di finire nel dimenticatoio. Ma con l’aria che tira bisogna prenderle sul serio e cominciare a pensare che le prossime mobilitazioni saranno per difendere il diritto a scioperare e a manifestare, già abbondantemente normati per legge nei servizi pubblici che non si vede alcun bisogno di mettere altri paletti restrittivi. In qualsiasi Paese democratico chi manifesta per cambiare la linea politica di un governo, se lo fa all’interno delle normali regole e senza ricorrere alla violenza, è perfettamente legittimato a farlo e non andrebbe scambiato per un soggetto politico eversivo, così come ce la raccontano i rappresentanti di questa maggioranza di governo.

 

Riguardo a questa voglia, purtroppo non solo italiana, di mettere la museruola alla libertà di opinione, mi torna in mente uno dei pensieri più belli di Rosa Luxemburg, un passaggio tratto da un breve saggio sulla rivoluzione russa in cui questa grande pensatrice si permette di criticare i bolscevichi, proprio lei che era una marxista convinta: la libertà è sempre soltanto libertà di chi pensa diversamente. L’essenza della democrazia non consiste solo nella ricerca del consenso, ma soprattutto nell’accettazione e gestione del dissenso.

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