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La retorica della rinuncia

Ci sono due figure sorprendentemente simili che hanno ispirato e ispirano masse a tutte le latitudini, San Francesco D’Assisi e il Buddha.

 

Cos’hanno in comune? San Francesco gettò via i vestiti ricevuti dal padre mercante e abbracciò la povertà come atto estremo. Il Buddha fu un principe indiano del VI sec. a.C. che abbandonò una vita di lussi dopo aver incontrato la sofferenza (vecchiaia, malattia, morte). Dopo anni di ascesi, raggiunse l'illuminazione meditando sotto l'albero della Bodhi, fondando il Buddismo. Entrambi sono diventati icone universali, ammirati da milioni di persone. Essi condividono una vicenda di vita incredibilmente simile: nella loro vita che portano ad esempio per le masse, trasformano la povertà da una condizione di mancanza a una scelta di libertà estrema, trasformandola infine in ricchezza, seppur spirituale e non materiale.

 

Ma c’è un dettaglio che si tende a trascurare: i due venivano da famiglie agiate, avevano qualcosa da cui fuggire e sono diventati celebri proprio grazie a quella scelta. Ma chi non ha mai avuto nulla sceglie davvero di restare povero? Scegliere la povertà, quando si nasce in abbondanza, è un gesto carico di significato simbolico. È una dichiarazione, un manifesto.

 

Chi rinuncia a tutto dopo aver avuto tutto compie un atto teatrale nel senso più nobile del termine: lo fa davanti a un pubblico, e quel pubblico lo osserva, lo ammira, lo segue.

 

La povertà scelta diventa, paradossalmente, una forma di potere.

 

E i poveri veri? Qui sta il nodo irrisolto.

 

Esistono uomini e donne nati con il loro corpo come unico avere, spesso costretti a venderlo, cresciuti senza nulla, che hanno scelto — o accettato — di restare senza nulla. Non per vocazione spirituale. Non per protesta filosofica, semplicemente perché non avevano alternativa: questi sono gli ultimi che nascono tali e ci rimangono. Senza diventare santi, senza diventare icone, senza dare nomi ai papi.

 

Nessuno scrive libri su di loro. Nessuno li cita nei discorsi motivazionali. La loro povertà è poco “vendibile”. È solo povertà, senza gloria. Per rinunciare a qualcosa, devi prima possederla. Senza il possesso, la rinuncia è solo necessità, e la necessità non ha lo stesso appeal narrativo della scelta eroica.

 

Io ritengo ci sia qualcosa di profondamente ingiusto e ipocrita nel fatto che la povertà venga celebrata solo quando è una scelta, e solo quando chi la sceglie aveva un’alternativa e solo dopo aver goduto ampiamente dei beni nemmeno sudati da sé stessi. La rinuncia è ammirevole solo se si parte dall’abbondanza. La miseria, se non è volontaria, non ispira nessuno.

 

San Francesco è venerato, è Santo. Buddha è quanto di più vicino alla divinità si possa pensare. Del figlio del contadino medievale che non ha mai avuto niente — e non ha mai avuto nemmeno la possibilità di scegliere — non conosciamo nemmeno il nome.

 

La questione non è se sia nobile vivere da poveri, bensì: chi ha il lusso di poter scegliere la povertà? Questa, se abbracciata dai ricchi diventa leggenda; se invece viene subita come inevitabile resta invisibile.

 

E forse, in questo scarto, c’è tutta la distanza tra la spiritualità e la giustizia sociale.

Foto di HosnySalah
Foto di HosnySalah




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