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Il nuovo sistema d'asilo europeo

L'approvazione da parte del Parlamento europeo delle nuove norme sui "Paesi di origine sicuri" e sui "Paesi terzi sicuri" segna un punto di svolta nella gestione comunitaria dei flussi migratori. Con l'inserimento in lista di nazioni come Egitto, Bangladesh, Tunisia e Turchia, l’Unione Europea sta ridefinendo il concetto stesso di asilo, il cui obiettivo è superare la frammentarietà delle procedure nazionali per velocizzare rimpatri e accertamenti. L’idea è che un sistema più rapido scoraggi l’immigrazione irregolare e impedisca che la cosiddetta “politica delle porte aperte" sfoci in marginalità sociale e criminalità.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Distressed_persons_are_transferred_to_a_Maltese_patrol_vessel..jpg
MAR MEDITERRANEO (17 ottobre 2013) Persone in difficoltà vengono trasferite dalla nave da trasporto anfibio USS San Antonio (LPD 17) alla nave da pattugliamento d'altura P52 delle Forze Armate di Malta - Official U.S. Navy Page from United States of AmericaU.S. Navy photo/U.S. Navy, Public domain, via Wikimedia Commons

L’onere della prova passa dunque dallo Stato al richiedente: per i cittadini provenienti da questi Paesi sarà difficile veder accettate le proprie richieste d’asilo, poiché, essendo quelli da cui provengono Stati considerati “sicuri”, verrebbe meno la loro necessità di ricevere protezione. Spetterà al singolo richiedente dimostrare che le nuove disposizioni non devono applicarsi nel suo caso, a causa di un fondato timore di persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio, e sarà la stessa Commissione Ue a monitorare la situazione nei Paesi inclusi nell’elenco, valutandone eventuali rimozioni.

 

Le nuove direttive impongono una riflessione critica anche sul protocollo Italia-Albania, in quanto il testo approvato stabilisce che ogni accordo con Paesi terzi debba includere l'obbligo, per lo Stato ospitante, di esaminare nel merito le domande di protezione. Tale vincolo giuridico, infatti, rischia di svuotare di efficacia i centri di Shengjin e Gjader: non basta "appaltare" uno spazio fisico, è necessario che il Paese ospitante diventi il titolare effettivo delle procedure d’asilo. Questa frizione normativa ci ricorda che la gestione dei migranti non può essere risolta semplicemente spostando il problema altrove. Senza una reale convergenza con le regole comuni europee, le scorciatoie nazionali finiscono per diventare vicoli ciechi, costosi e giuridicamente fragili, che non risolvono l'emergenza ma complicano ulteriormente il labirinto dei diritti.

 

C’è, inoltre, un aspetto fortemente criticato dalle organizzazioni umanitarie: definire "sicuri" Stati dove le cronache riportano frequenti violazioni dei diritti civili o instabilità politiche appare un approccio puramente sbrigativo. Il rischio è che il diritto d'asilo venga svuotato di senso, trasformandosi in un privilegio concesso a pochi piuttosto che in un diritto universale. La vera sfida del futuro deve consistere nel costruire percorsi di regolarizzazione che trasformino la migrazione da emergenza securitaria a risorsa strutturata, in quanto significherebbe capire che un cittadino regolarizzato è un contribuente che partecipa al benessere collettivo, mentre l'irregolarità è una sconfitta per lo Stato di diritto. La vera sfida dell'Europa dovrebbe essere quella di dimostrare di saper governare i flussi non solo con il rigore dei decreti, ma con la lungimiranza di chi sa trasformare l'accoglienza in una risorsa per il futuro di tutti.

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