L'insostenibile leggerezza del sostenere il neofascismo sui social
- Elio Litti

- 1 giorno fa
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Vorrei raccontare un episodio personale che mi è accaduto qualche giorno fa e che ancora oggi mi lascia profondamente disorientato. Un episodio che mi pone di fronte a una serie di interrogativi scomodi, ai quali faccio fatica a trovare una risposta convincente.
Nei giorni in cui circolava l'intervista a Roberto Vannacci, mi sono imbattuto in alcuni post di un una persona a me vicina, che ne condivideva e rilanciava il rema della "remigrazione" nei video di Vannacci. La persona a cui sto pensando condivideva queste idee senza apparente contraddizione, nonostante la sua stessa biografia sembrasse smentirle. Si tratta infatti di un omosessuale, emigrato italiano inserito in un contesto sociale diverso da quello di origine. Se la narrativa identitaria e nazionalista che sostiene fosse applicata rigidamente al Paese in cui vive, probabilmente lui stesso verrebbe percepito come un elemento estraneo.
Analizzando la presunta filosofia vannacciana, i cortocircuiti logici appaiono evidenti e numerosi. Vannacci va oltre la semplice omofobia. Non si limita a esprimere un giudizio negativo sull'omosessualità: nega addirittura l'esistenza dell'omosessualità come dimensione affettiva e relazionale. È una posizione che si colloca su un piano ancora più radicale della mera discriminazione.
Anche il suo concetto di "normalità" rivela una profonda confusione tra piani diversi. Egli tende a far coincidere la normalità biologica con quella culturale e sociale, richiamandosi spesso a un presunto criterio statistico. Ma in statistica "normale" non significa affatto "giusto", "desiderabile" o "superiore". Significa semplicemente più frequente. Le caratteristiche meno diffuse non sono per questo anormali: sono semplicemente meno comuni. Sarebbe come sostenere che avere i capelli rossi sia anormale solo perché rappresenta una minoranza della popolazione.
C'è poi un altro aspetto che rende la situazione ancora più difficile da comprendere. Questa persona ha subito nella propria vita episodi di violenza psicologica e fisica. Eppure, negli stessi giorni in cui Vannacci sosteneva che il femminicidio non esiste come fenomeno specifico, lui ha sentito il piacere di condividere quei post con estrema indifferenza, come se fossero osservazioni qualsiasi.
Colpisce vedere come qualcuno che ha sperimentato sulla propria pelle la privazione della libertà, l'abuso e la sopraffazione, l’omofobia ed è straniero in un paese diventato casa, possa mostrare una così scarsa sensibilità verso chi denuncia altre forme di violenza e discriminazione. È una contraddizione che faccio fatica a comprendere.
Non ho saputo reagire. Non ho trovato le parole, né in pubblico né in privato. Sono rimasto paralizzato da una domanda che continua a tormentarmi: come è possibile sostenere con convinzione idee e politiche che sembrano entrare in conflitto diretto con la propria esperienza personale?
Non so se sia l'effetto dei social network, che consentono di condividere contenuti con estrema leggerezza senza approfondirne davvero il significato. Non so se si tratti di analfabetismo funzionale, dell'incapacità di collegare principi astratti e vissuto concreto. Oppure se la spiegazione sia più inquietante. Forse esistono persone per le quali il bagaglio ideologico prevale completamente sull'esperienza personale. Persone che, pur appartenendo a categorie potenzialmente bersaglio di discriminazioni, finiscono per interiorizzare e sostenere visioni discriminatorie nei confronti di altri.
Si può essere donne e antifemministe. Si può essere migranti e xenofobi. Si può essere omosessuali e omofobi. Si può perfino essere vittime di violenza e non riconoscere o minimizzare la violenza subita da altri. Forse è proprio questa la lezione più amara: l'esperienza personale non genera automaticamente empatia. A volte non basta aver conosciuto la discriminazione per riconoscerla quando colpisce qualcun altro.




