Il Generale e il Sindaco: attenti a quei due!
- Daniela Loffredo

- 1 giorno fa
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Nel grande teatro della politica italiana, l’alleanza tra Gianni Alemanno e l'ex generale Roberto Vannacci si iscrive di diritto nel manuale del perfetto pragmatismo di sopravvivenza.

Il leader di Indipendenza!, ex sindaco di Roma ed ex colonna di quella destra sociale che sognava lo Stato forte e le corporazioni, ha deciso di legare il proprio destino politico all'uomo del momento, il militare prestato all'europarlamento che ha trasformato il risentimento da bar in mezzo milione di preferenze. La divisione del lavoro è tanto cinica quanto cristallina: l'ex sindaco ci mette la struttura, i quadri nostalgici e l'esperienza della vecchia guardia; Vannacci ci mette i cliché sul "mondo al contrario", le provocazioni sul politicamente corretto e quella rassicurante retorica da caserma che tanto piace a chi cerca un colpevole per i mali del mondo.
Questo matrimonio di convenienza nasconde però delle contraddizioni profonde e per certi versi persino comiche: i due protagonisti incarnano culture politiche totalmente opposte. Da un lato c'è la destra sociale storica in cui Alemanno è cresciuto e si è formato. Questa tradizione ha sempre avuto una visione comunitaria della società e un rispetto quasi sacrale per lo Stato e per le sue istituzioni, intesi come elementi centrali per unire il popolo. Dall'altro lato troviamo il cosiddetto "vannaccismo", che è un fenomeno del tutto diverso, ovvero una tendenza basata su un individualismo sfrenato che cavalca la pancia del Paese. Le dichiarazioni di Vannacci sui temi dell'identità, della cittadinanza e dei diritti civili non sono solo bizzarre, ma portano con sé una reale pericolosità politica e sociale: tendono a normalizzare linguaggi discriminatori, a minare i valori dell'inclusione costituzionale e a polarizzare l'opinione pubblica su posizioni radicali, offrendo risposte inaccettabili a problemi complessi.
Proprio per queste ragioni, la scelta di Alemanno ha l’aria di essere un'ultima spiaggia per la sua carriera, pur di uscire dall'angolo dell'irrilevanza elettorale e dall'isolamento politico in cui si trova da tempo, l'ex sindaco di Roma ha accettato il ruolo di secondo piano, facendo da spalla a un outsider della politica che non ha (ancora) una vera struttura alle spalle. Il rischio di questa mossa è altissimo e molto concreto. Alemanno, infatti, rischia di ridursi a fare il semplice organizzatore logistico per un leader che, tutt'altro che destinato a sgonfiarsi, sta dimostrando di poter prendere molto piede e di catalizzare un consenso vasto e radicale. Il vero pericolo per l'ex sindaco di Roma è quello di essere cannibalizzato politicamente: mentre Vannacci rischia di diventare il volto di questa nuova ondata populista, conquistando il centro della scena, Alemanno e la sua vecchia guardia rischiano di essere relegati definitivamente nell'ombra, confinati a un ruolo di comparse dietro le quinte. D'altronde, quando un politico ha perso il suo seguito e le sue truppe già da un pezzo, è disposto a correre anche il rischio di farsi oscurare, pur di salire sul carro del generale vincitore.



