L'ingranaggio perverso dello scontro in Val di Susa
- Daniela Loffredo

- 29 minuti fa
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I cantieri della Val di Susa sono l'esempio perfetto di come la politica nasconda i propri fallimenti dietro la forza.

Da trent’anni la risposta dello Stato alla lotta No TAV non è il confronto tecnico, ma la militarizzazione. Procediamo con ordine. L'assurdità dell'opera è sotto gli occhi di tutti: la linea ferroviaria storica tra Italia e Francia esiste già, ma viene lasciata marcire senza manutenzione. Basterebbero lavori di manutenzione sui binari che esistono già per spostare le merci su ferro, risparmiando miliardi ed evitando di devastare una valle. Invece si sceglie di attuare interventi ad alto impatto ambientale, mentre la rete dei treni regionali dei pendolari crolla ogni giorno tra ritardi, guasti e tagli ai servizi. Ma c’è un altro aspetto sul quale vorrei soffermarmi: gli scavi prevedono l'attraversamento di vene rocciose ad altissima concentrazione di amianto e uranio. C’è dunque il rischio di dispersione delle polveri, con la conseguente stessa tragica fine dell'ILVA di Taranto: un modello di sviluppo predatorio che pretende di sacrificare il diritto alla salute e all'ambiente in nome di un presunto "progresso" calato dall'alto.
A questa scelta sconsiderata si aggiunge il fallimento totale dei Decreti Sicurezza, che a un primo sguardo sembrano non c’entrare nulla, ma quando un governo si fa portavoce di una determinata linea di azione, è, a mio parere, tutto lì. La ricetta del governo, si ricorda, è aumentare le pene, inventare nuovi reati e criminalizzare i blocchi stradali, ciò ad oggi, non ha risolto un singolo problema. La gestione della protesta è diventata un braccio di ferro. Prima di ogni corteo assistiamo a perquisizioni a tappeto, caselli bloccati e schedature di massa nelle stazioni: vere e proprie prove di forza pensate per intimorire le persone e svuotare le piazze. Un clima da stato d'assedio che non garantisce la sicurezza di nessuno, ma serve solo a provocare ed esasperare chi scende in strada per difendere il proprio territorio.
Il bilancio di questo approccio è tragico e sotto gli occhi di tutti. La propaganda della tolleranza zero non evita gli scontri attorno ai cantieri di Chiomonte e San Didero, ma produce unicamente feriti da entrambe le parti. Le cariche della polizia, i lacrimogeni e gli idranti sparati sulla folla finiscono per alimentare le reazioni di piazza, portando sia i manifestanti che gli agenti delle forze dell'ordine in ospedale. I decreti propaganda non proteggono gli operatori né cancellano la rabbia di chi per decenni è stato ignorato. Il governo usa i reparti mobili come uno scudo umano per coprire la propria incapacità di gestire il Paese.
Sia chiaro: condannare le degenerazioni violente e gli scontri è indispensabile, perché finiscono solo per fare il gioco della propaganda di governo e oscurare i contenuti della protesta. Ma la violenza di pochi non può diventare l'alibi con cui le istituzioni si rifiutano di ascoltare i bisogni reali della popolazione locale. La violenza di piazza e la repressione dello Stato si autoalimentano in un circolo vizioso, dove le cariche e i lacrimogeni producono solo reazioni violente, è un corto circuito in cui l'uso della forza diventa l'unico carburante dello scontro stesso, un meccanismo perverso che produce solo feriti da entrambe le parti.



