L’inchiesta di Genova su Hamas: i due pesi e le due misure della destra
- Mario Bove

- 3 gen
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Ad appena una settimana dal deflagrare dell’inchiesta di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas, ancora poco si può dire sulla vicenda. Gli inquirenti stanno cercando di delineare la rete con cui i soldi donati negli anni, tramite associazioni benefiche, alla popolazione palestinese, sarebbero arrivati all’organizzazione terroristica Hamas.
Fra gli indagati, Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun, imam di Genova e presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, già indagato per una vicenda simile nel 2010 e successivamente archiviato. L’imputazione è il trasferimento di cospicue risorse finanziarie ad Hamas dal 2001 in qualità di vertice di una cellula italiana con ramificazioni in diverse città. L’inchiesta si muove in un angusto spazio fatto di intercettazioni, movimenti di denaro più o meno chiari, segnalazioni del Mossad, l’intelligence israeliana.
Ma, all’indomani degli arresti, sono già partite le accuse a tutto il vasto e multiforme movimento che in Italia sostiene la popolazione palestinese, mettendo sul piano dei filoterroristi le persone comuni che vedono nel genocidio in corso a Gaza una tragedia immane.
Queste considerazioni vengono scritte mentre Netanyahu sorvola liberamente lo spazio aereo italiano, nonostante il mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. L’organismo con sede all’Aja ha riconosciuto la condotta delittuosa del primo ministro israeliano, del ministro della difesa Yoav Gallant e del capo dei miliziani di Hamas Mohammad Deif, per l’attacco del 7 ottobre e la successiva ritorsione scatenata dall’IDF nei territori della Striscia di Gaza.
L’indifendibile “doppiopesismo” della destra al governo, solitamente garantista, dispensa impunità per criminali come Netanyahu (o Almasri, il torturatore libico rimpatriato in tutta fretta senza ottemperare al mandato di cattura internazionale) e repressione per quanti operano a favore del popolo palestinese e non ancora condannati.
Ed è così che si coglie l’occasione per screditare tutto il movimento “pro-pal”, sceso in piazza nei giorni che hanno preceduto gli accordi per il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Chi ha donato soldi per la popolazione ridotta allo stremo ha finanziato l’azione di Hamas. Anche chi si è semplicemente indignato per decine di migliaia di vittime civili, chi pensava che la crisi umanitaria scatenata da una vendetta di stato fosse un crimine, chi ha invocato la pace dal primo momento e ha guardato con pena alle popolazioni martoriate, con l’etichetta “pro-pal” ha i requisiti per essere tacciato di sostenere i terroristi.
Si prosegue nell’opera di zittire la critica a Israele bollandola ope legis come antisemita. I milioni di persone scese per strada nei mesi scorsi, sventolando una bandiera palestinese per gridare il dissenso contro l’appoggio politico al genocidio del popolo di Palestina sono dunque al fianco dei terroristi.
Si teme la mobilitazione generale che ha marcato un confine fra quanti vogliono mantenere in vita le istituzioni civili (chi vuole “restare umano” come direbbe il compianto Vittorio Arrigoni) e chi ragiona in termini di aggressione di stato, il nazionalismo a suon di bombe.
Questo movimento internazionale ha mantenuto un residuo di umanità che numerosi politici hanno svenduto fra resort sul mare, ricostruzione, ipotesi di deportazioni, allargamento illegale di confini e una finta pace sulla pelle di un popolo vittima delle angherie di Hamas, degli attacchi di Israele e della sostanziale inerzia degli altri stati, arabi compresi. Tentare di screditarlo a margine di un’inchiesta non ancora conclusa, apre a tutta una serie di dubbi sull’origine delle indagini e il loro reale scopo che, alla fine, poco potrebbe avere a che fare con il voler tagliare i fondi al terrorismo.






