L’ex Ilva tiene Taranto in ostaggio: una comunità doppiamente vittima di un gigante morente
L’ex Ilva torna a tenere in ostaggio Taranto. Con l’approssimarsi della data del 20 ottobre — che prevede lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento a seguito del provvedimento giudiziario dettato dal grave e persistente pericolo per la salute pubblica — lo scontro orchestrato dalle sigle sindacali esonda nelle strade, paralizzando un’intera comunità. Da giorni i blocchi stradali impediscono non soltanto la normale circolazione automobilistica, ma sbarrano l'accesso alla raffineria ENI alle porte della città.

Non è la prima volta che una frangia di operai, anziché protestare insieme alla città, ne causa il blocco totale, punendo due volte i tarantini: prima con i fumi e le polveri inquinanti, poi con i disservizi di un impianto in coma farmacologico, la cui vera «produzione» ancora attiva somiglia sempre più a uno stipendificio clientelare e sindacalizzato di chi si ostina a voler fermare il tempo. Il diritto alla protesta e la preoccupazione per il proprio futuro lavorativo sono indiscutibili, tuttavia questa parte della forza lavoro del siderurgico rischia di continuare a rinfocolare il ricatto tra salute e occupazione, sfidando persino le evidenze scientifiche e giuridiche. Mentre avrebbe potuto unirsi a quei cittadini e a quei lavoratori che hanno organizzato la grande manifestazione del 17 ottobre per chiedere bonifiche, giustizia ecologica e la chiusura definitiva delle fonti inquinanti. Contrapporvisi frontalmente, invece, non fa che frammentare e indebolire il fronte civile di fronte all'indifferenza delle istituzioni.
Questa volta, però, il danno economico travalica i confini urbani e assume contorni sistemici. I distributori nelle province salentine, lucane e calabresi sono rimasti a secco di carburante, mentre gli aeroporti pugliesi segnalano serie criticità negli approvvigionamenti per i voli. Sul campo, le forze dell’ordine, con un numero esiguo di pattuglie, faticano a contenere una situazione drammatica che rischia di degenerare in uno scontro sociale diffuso. Nel frattempo, il trasporto pubblico locale è stato costretto a tagliare drasticamente le corse, la raccolta dei rifiuti subisce blocchi e i cittadini restano prigionieri dell'ennesima emergenza.
Di fronte a questa paralisi, Roma tace e Bari si contraddice. Se dal governo centrale ci si può ormai attendere una posizione di sostanziale noncuranza verso la tutela della salute e dell'ambiente tarantino, colpisce l'atteggiamento delle istituzioni regionali — da Decaro fino alle sconcertanti posizioni esterne come le dichiarazioni di Salis a Genova — che sembrano ormai ripiegare su un'incondizionata continuità produttiva senza «se» e senza «ma». In mezzo a questo cortocircuito resta una comunità per l'ennesima volta scippata del proprio futuro, incatenata a un modello industriale oramai insostenibile ed eretto a unica, falsa alternativa possibile.




