Scacco matto Ilva(?)!
- Elio Litti

- 31 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Una battaglia portata avanti dall’associazione Genitori Tarantini che entrerà nei libri di storia come l’esempio di come Davide possa battere Golia: il 27 luglio 2026 la Corte d’Appello di Milano ha sancito ciò che si sa da decenni, ossia che le attività dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto dovranno essere sospese entro 90 giorni qualora non si proceda alla completa bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni sottili, in quanto potenzialmente causa di danni diretti alla salute della popolazione.

Dopo aver ingoiato oltre 23 decreti “salva Ilva” — che la comunità locale definisce invece “ammazza Taranto” — negli ultimi sedici anni, il futuro di Taranto senza l’area a caldo dell’ex Ilva torna finalmente a trovare lo spazio che merita nell’agenda economica nazionale.
Si tratta di una fabbrica collocata in quella che anche un rapporto delle Nazioni Unite del 2022 ha definito una sacrifice zone, una “zona di sacrificio”, in cui il modello economico ha compresso in modo drammatico il diritto a un ambiente sano, pulito e sostenibile.
Evidentemente non sono bastati gli oltre 6 miliardi di euro spesi negli ultimi decenni per salvare l’industria siderurgica di Taranto che, mentre contraeva drasticamente la propria produzione industriale, non ha mai smesso di produrre morti sul lavoro: 25 dal 2003.
È una fabbrica il cui numero di dipendenti, diretti e indiretti, è crollato da oltre 20.000 a meno di 8.000, di cui quasi la metà in cassa integrazione di lungo periodo. È una fabbrica che provoca aumenti significativi della mortalità, soprattutto infantile, e che, tra i suoi molti regali avvelenati alla città, ha anche contribuito al crollo drammatico del valore economico delle abitazioni nei quartieri più vicini allo stabilimento: case che non arrivano a 370 euro al metro quadro e che valgono fino a un quinto rispetto agli immobili situati nelle zone più lontane dalla fabbrica.
Se oggi l’ex Ilva si ridimensiona perdendo l’area a caldo, è il risultato di un modello economico che non può più ignorare i disastri sanitari, ambientali e climatici prodotti dall’economia fossile. È la sconfitta di chi pensa che la produzione possa realizzarsi a scapito di tutto il resto: una visione profondamente novecentesca, ormai incapace di leggere la complessità delle variabili in gioco.
Il Governo nella palude
A Taranto non c’è più tempo da perdere. È cambiata la narrazione e sta cambiando anche la struttura economica della città, con il settore dei servizi che amplia il proprio valore aggiunto e individua proprio nell’area a caldo uno dei principali ostacoli al suo sviluppo: per le esternalità negative sull’attrattività di Taranto come luogo di investimenti, per i limiti imposti alla crescita del porto commerciale, per i danni ecologici arrecati alla blue economy e all’industria ittica locale, per il depauperamento di una fabbrica che in quasi novant’anni di vita si è dimostrata incapace di generare un indotto maturo, avanzato e resiliente alla monocultura industriale.
In tutto questo, cosa fa il governo attuale? Dopo oltre un anno trascorso ad annunciare e rinviare fumose ipotesi di vendita e piani industriali attribuiti ai gruppi Flacks e Jindal, ha comunicato che la gara andrà avanti, ma con condizioni diverse, poiché l’area a caldo risulta ormai destinata alla chiusura. Mesi di querelle e tentennamenti tra potenziali acquirenti, dimostratisi più sensibili all’ottenimento dello scudo penale per le conseguenze di un prevedibile disastro ambientale che a un reale rilancio ecosostenibile della fabbrica.
Le corresponsabilità della sinistra
In questo avvitamento su schemi mentali obsoleti, va registrato anche come una parte significativa dell’opposizione e dei sindacati continui a mancare di una vera visione industriale ecosistemica. Si prenda, ad esempio, l’intervento di Salis, nuova icona pop della sinistra italiana, che proprio sulla decisione della Corte ha dichiarato in un comunicato di essere preoccupata per il mantenimento della continuità produttiva dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Una posizione che dimostra, ancora una volta, come anche a sinistra non sia affatto chiaro cosa significhi davvero ambientalizzare una fabbrica e come, nell’equazione macroeconomica dell’economia tarantina, salute e ambiente debbano avere pari dignità rispetto a occupazione e produzione.
Non a caso, leggendo attentamente la sentenza della Corte d’Appello di Milano, si comprende che la sospensione della parte più inquinante dello stabilimento è la conseguenza della mancata attuazione di una completa rimozione delle principali fonti di inquinamento, in particolare polveri sottili e amianto.
Dove sono le bonifiche? Dove sono gli investimenti nei forni elettrici? Dove sono le risorse per la riconversione e per l’uscita dal carbone?
È difficile che il governo possa dirsi sorpreso dalla decisione della Corte di Milano, quando esso stesso, il 9 luglio 2026, ha dirottato un miliardo di euro che era destinato alla decarbonizzazione della fabbrica tarantina, definanziando di fatto e rinviando ulteriormente una vera ambientalizzazione dello stabilimento.
Da decenni la stampa nazionale racconta la questione Ilva come un conflitto tra salute e lavoro o tra ambiente e occupazione. In realtà, il conflitto è tra una visione imprenditoriale rapace e miope, che considera l’adattamento ecologico di un impianto industriale soltanto come un costo, e una visione alternativa secondo cui questo modello produttivo deve adeguarsi alle norme e ai vincoli del presente, se vuole continuare a produrre nel futuro.
Se è vero, come sostiene Salis, che industria siderurgica e acciaio sono elementi fondamentali della sovranità economica del Paese, e se è vero che l’attuale governo di destra si propone di raccogliere i cocci di un Paese smarrito issando lo stendardo della sovranità nazionale, allora non si capisce perché questa sovranità debba manifestarsi a discapito della salute e delle economie alternative della città di Taranto. Nel 2026 questo non è più concepibile.
L’ex-Ilva, un bagno di realtà
Non è dunque la magistratura a chiudere Taranto: sono la matematica e l’ingegneria a imporre la realtà. Per ambientalizzare davvero la fabbrica, mantenendo contestualmente la produzione, serviranno ulteriori miliardi di euro e un cambio radicale del sistema produttivo che comporterebbe, almeno temporaneamente, un ulteriore e drastico calo della produzione, con conseguente riduzione degli organici. Se a ciò si aggiungono i diversi miliardi di euro di debito già accumulati, l’impressione è che la classe politica abbia sostanzialmente nicchiato, se non addirittura assecondato le lobby dell’industria fossile, lasciando alla magistratura il compito di un inevitabile reality check.
Eppure Taranto non si fa trovare impreparata davanti a quest’ennesima tempesta giudiziaria estiva. Il cambiamento della città non comincia oggi: è iniziato da tempo, ed è ormai improcrastinabile riorientare i miliardi di euro pubblici finora spesi in prestiti e aiuti — spesso al limite delle procedure europee sugli aiuti di Stato — a sostegno di un modello economico morente, verso nuove forme di sviluppo legate ai servizi, al welfare, alle bonifiche ambientali, alla cultura, alla ricerca scientifica e industriale, alle energie sostenibili, all’agroindustria e al turismo.
Taranto è una città che cresce. Le economie alternative stanno emergendo con sempre maggiore evidenza. È una città che sta finalmente trovando una sua collocazione nei circuiti internazionali; una città sempre più vivace dal punto di vista delle start-up, dell’ecologia, dell’economia blu e dell’economia verde. Esistono strumenti e risorse, anche europee, per sostenere questo cambio di paradigma economico.
Sono tutti segnali di cui i tarantini stanno gradualmente prendendo coscienza. È bene che anche la stampa nazionale e le istituzioni facciano altrettanto, accompagnando questo processo con serietà e visione.
L’Ilva può restare aperta, sì: ma come museo della memoria industriale italiana. Una memoria di ciò che questo stabilimento ha rappresentato per il Paese e, soprattutto, di ciò che deve diventare monito per il futuro, affinché non si ripetano più logiche fondate sul monopolio di un pensiero economico unidirezionale, incapace di tenere insieme ecologia, economia e comunità.



