L’Europa dello scaricabarile
- Massimo Battiato

- 11 ago
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E già, dopo l’evento di Ceuta e il battibecco diplomatico tra Italia e Spagna che ne è seguito, si è innescato, quasi inevitabilmente come fosse una conseguenza ineluttabile, un effetto domino, una reazione a catena.

In questi frangenti, ormai da diversi anni, le leadership europee, direi quasi nessuna esclusa, riescono a dare il peggio di sé facendo emergere prepotentemente gli egoismi nazionali. Non credo che sia un caso che il cancelliere tedesco si sia gettato nella mischia e abbia sfruttato questo momento di tensione per scopi elettorali, viste le scadenze nei land orientali dove a breve potrebbe vedersi una forte affermazione dell’estrema destra.
La risposta che molti esponenti europei danno alla crescita di consensi delle destre più radicali è cercare di disinnescare il fenomeno tentando di far proprie le recriminazioni che arrivano da quella parte politica e che sembrano avere sempre più consenso popolare, perché sanno parlare alla pancia delle persone e interpretare le loro paure. Naturalmente, questo è un modo di operare miope e di corto respiro che sta addirittura causando l’effetto contrario. Vedremo cosa succederà nei land orientali della Germania a settembre, ma temo che l’onda di AfD non sarà frenata da questa iniziativa estemporanea del cancelliere federale.
Comunque, il vero punto della questione è l’inettitudine e l’inutilità delle istituzioni europee, o di chi le rappresenta, che, invece di cercare soluzioni di lungo periodo, inseguono gli eventi. Forse si crede che questo fenomeno epocale delle migrazioni (e chissà cosa succederà quando vedremo anche quelle causate dagli eventi climatici) si possa governare con il trattato di Dublino o con i centri di detenzione (pardon, di rimpatrio) in paesi terzi? Si crede che se ne possa uscire senza un’organizzazione europea basata sulla solidarietà reciproca, lasciando il problema alle iniziative degli stati nazionali sempre più rinchiusi in se stessi con poche eccezioni?
Io vedo negli ultimi eventi la tendenza a scaricare il problema sull’anello debole della catena. Nel caso dell’immigrazione dall’Africa, sicuramente sono i paesi mediterranei. Sarebbero proprio questi i problemi per cui è valsa la pena di costruire l’Europa unita come organismo politico, altrimenti a che cosa dovrebbe servire l’UE?
Invece non si è vista nessuna seria politica europea che affronti il problema per quello che è: una grande sfida della contemporaneità. Tutta la questione è ridotta alla gestione di numeri, alle quote che si possono importare, e, soprattutto, alla soluzione dei problemi di ordine pubblico. Ben poco si parla di integrazione, che non dovrebbe essere confusa con l’accettazione passiva del nostro modo di vivere e delle nostre leggi e regole. Integrazione, lo dice la parola stessa, è un processo interattivo, un’occasione di crescita reciproco.
Da una parte l’Unione Europea, (funzionasse realmente come organismo politico) deve rendere conto ai cittadini e restare su un piano pragmatico e concreto, dall’altra mi piacerebbe che lo sfondo ideale fosse occupato da quei valori di cui crediamo di essere i portavoce nel mondo. E non questa cacofonia di egoismi e finti sovranismi che, in quanto tali, sono destinati a confliggere tra loro.
A questo proposito, mi viene in mente la lezione di Jacques Derrida, quella sull’ospitalità incondizionata e sul rapporto con l’altro nell’ottica del dono disinteressato. È chiaro che si tratta di ideali che non si possono realizzare nella pratica quotidiana, lo stato deve comunque muoversi per risolvere problemi pratici e cercare di attenersi a ciò che è possibile fare. Abbiamo già visto come sono andati a finire i tentativi di costruire la società perfetta. Ma tra l’idealismo e il realismo cinico, ci saranno pure delle vie di mezzo. Questi dell’accoglienza e dell’integrazione dovrebbero essere i valori fondanti e non negoziabili su cui fondare la politica europea ed essere almeno lo sfondo a cui le azioni concrete mirano.



