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L’eco del silenzio: dalla damnatio memoriae all’oblio digitale

Nell’antichità classica la memoria non si esauriva in mero archivio di un polveroso passato, bensì, sigillo ontologico e cuore pulsante della vita pubblica, sanciva l’esistenza stessa dell’individuo illustre all’interno della comunità, attestandone pubblicamente la stima e il valore. In tal contesto la damnatio memoriae si configurava come un dispositivo giuridico e simbolico di ferina potenza: non semplice condanna, ma tentativo di estirpare, “chirurgicamente”, dal tessuto del tempo, un individuo ritenuto, oramai, indegno di essere tramandato. E così: iscrizioni e immagini scalpellate dai marmi, effigi abbattute, bassorilievi abrasi; il potere imperiale riscriveva il passato. Eppure, paradossalmente, come suggerisce l’acume dello storico Tacito, proprio il vuoto generato finiva per gridare, a gran voce, la presenza di ciò che si intendeva sopprimere; la distruzione stessa si faceva memoria, trasformando l’assenza in testimonianza, ambigua e perturbante.

 

Nella Roma imperiale la damnatio memoriae è, in analisi filosofica, prerogativa eminentemente politica, non esitando a reprimere, a tutela dell’identità condivisa, cesari come Domiziano o Geta, negando loro la “vita postuma”, al fine di ristabilire l’ordine morale e simbolico violato. In analisi psicologica, d’altro canto, cristallizzandosi l’identità nello "spazio dell’apparire", l’atto della damnatio diviene “annientamento simbolico” che colpisce la rappresentazione del sé, prima ancora dell’individuo. Esser visti e nominati è condizione necessaria per essere riconosciuti “umani” (Hannah Arendt) e il seppellimento dell’identità, destinandola a morte civile, è dinamica psicologica che richiama il meccanismo della rimozione: ciò che si espelle dalla coscienza collettiva ritorna, spesso prepotentemente, come "sintomo", ombra che, non potendo elaborarsi né, tantomeno, giudicarsi, maggiormente inquieta il presente (Michel Foucault).

 

Traslando lo sguardo ai nostri giorni, necessario quanto immediato appare il confronto con l’universo giovanile. Nell’ecosistema digitale dei social media, l’identità si edifica sulla visibilità (profili social, immagini, video, post, commenti) in un gioco di specchi in cui, essendo il riconoscimento altrui “essenziale” per la costruzione del sé, l’identità è frammentata ed esiste solo e in quanto approvata dall’altro (maschere pirandelliane). Tale esposizione totale genera forme di esclusione simbolica analoghe alla damnatio memoriae: rimuovere dalle amicizie, smetter di seguire, bloccare, ridurre la persona al suo singolo errore ne cristallizza l’identità, come per i personaggi kafkiani intrappolati in una colpa senza alcuna sorta di chiarimento. Così molti giovani, essendo l’identità adolescenziale mobile e vulnerabile, vivono una tensione profonda nell’esprimersi e nel raccontarsi. A differenza della Roma antica, la damnatio si esprime, oggi, attraverso il ghosting e l’isolamento mediatico; essa non è centralizzata, politica e ufficiale, ma diffusa, algoritmica e anonima, rendendo prigionieri di una memoria digitale che condanna alla persistenza nel passato, pur non coincidendo mai l’essere umano, interamente, con il proprio errore (Dostoevskij).

 

In tale scenario, emerge la crucialità di una "memoria giusta" (Paul Ricoeur), capace di riconoscere il male senza ignorarne la responsabilità, pur rinnegando la cancellazione dell’identità. Educare alla memoria è comprendere la temporalità dell’essere, distinguendo tra giudizio critico e annullamento, tra responsabilità e stigmatizzazione ontologica, promuovendo un rapporto maturo con l’errore. Scomodare l’antica pratica della damnatio, confrontandola con le esperienze dei nostri giovani, non è tracciare equivalenze semplicistiche, ma esaminare, attualizzandolo, il rapporto con l’identità e la giustizia, in un tempo sospeso tra oblio forzato e ricordo infinito, in cui filosofia e letteratura insegnano a ricordare senza distruggere, a giudicare senza estinguere.

Immagine realizzata con AI
Immagine realizzata con AI

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