Dal mito della caverna all’ecosistema digitale: paideía e verità nel tempo dei social media
- Nadia De Cristofaro

- 7 giorni fa
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«L’educazione non è ciò che alcuni dichiarano essere, come se introducessero la vista in occhi che ne sono privi; ma, poiché l’anima possiede già la capacità di conoscere, essa consiste nel volgerla dalla direzione sbagliata a quella giusta».
(Platone, Repubblica, VII)
Se il mito platonico della caverna — del prigioniero sciolto dalle catene, affrancato dall’oscurità, dapprima accecato e disorientato, ma gradualmente spettatore e protagonista consapevole del mondo reale, riconoscendo nel sole la fonte autentica di vita e verità — fosse oggetto di riscrittura, sarebbe, nel XXI secolo, più verosimilmente, localizzato in un impianto scenografico permeato da flussi perpetui di immagini e voci, dispositivi algoritmici invisibili che tramutano l’antro ipogeo in ambiente diffuso, pervasivo, multisensoriale e volontariamente abitato.

La condizione, data l’imperizia sensibile dell’essere umano, la sua propensione originaria a sovrapporre apparenza e realtà, si pone in termini eminentemente antropologici, prima ancora che epistemologici. L’educazione (paideía) non consiste nell’istillare conoscenze in una mente vuota, ma nel volgere l’anima verso il vero (periagogé). Una concezione di “disvelamento” che riecheggia nel mito della reminiscenza (Menone e Fedone) e si scontra col modello educativo che governa l’attuale economia dell’attenzione — che, attraverso una riduzione del reale, satura il bisogno di senso — descritta da Herbert A. Simon e amplificata dai social network. Nella caverna digitale le ombre non sono manifattura di burattinai visibili, ma di algoritmi opachi che selezionano e amplificano contenuti su criteri di engagement. Il “like” si atteggia a forma minima di assenso, simulacro del giudizio; la rappresentazione subentra all’esperienza e ciò che più rileva è la visibilità in luogo della verità (Guy Debord, Società dello spettacolo). Nel mito platonico, lo schiavo che fa ritorno nella caverna viene deriso, minacciato, richiamando il destino di Socrate e, più in generale, quello di ogni educatore che osi porre in discussione convinzioni condivise e cristallizzate.
La dóxa (sapere incerto, mutevole, legato al mondo sensibile) che Platone contrappone all’epistème (sapere necessario, stabile e universale, fondato sull’intelligibile) ritorna oggi con vigore moltiplicato, democratizzata e accelerata. L’attenzione è una forma rara di giustizia e la scuola si propone come spazio di resistenza temporale, dove l’immagine è interrogata, non semplicemente consumata (Simone Weil). Nell’ecosistema digitale, il docente, non più depositario esclusivo del sapere, ma colui che insegna a distinguere tra informazione e conoscenza, tra esposizione e comprensione, rende l’atto solitario di uscita dalla caverna un processo dialogico, reversibile e riflesso (John Dewey). In un ambiente dominato dalla scrollabilità infinita, il gesto educativo naviga e traghetta controcorrente: invita a rallentare, fermarsi, approfondire.
Nella “contro-caverna” riecheggiano anche contributi di natura letteraria, anticipatori di intuizioni filosofiche: Jorge L. Borges, con le sue “biblioteche infinite” e il paradosso di un sapere totale coincidente con l’impossibilità di orientarsi; Ray Bradbury, in Fahrenheit 451, con una società che arde i libri non per censura, ma per eccesso di intrattenimento; Italo Calvino, in Lezioni americane, difendendo la leggerezza come precisione, e non come superficialità, quanto mai attuale nell’epoca dei contenuti brevi. Leggere, come educare, è abitare la complessità, accogliendo l’ombra come passaggio anziché dimora. E Platone era ben consapevole che la luce non offre consolazione: essa acceca, disorienta, espone alla solitudine, ma permane unica condizione di libertà.
Nell’epoca dei social media, la sfida, cui la scuola è chiamata, non è demonizzare la tecnologia, bensì filosofarla, tramutarla in oggetto di pensiero, non solo di uso. La caverna non si distrugge, ma si percorre e attraversa guidati da quell’atto radicale, a tratti “impopolare”, capace di insegnare a oltrepassare le ombre, a fendere i segni della realtà, per conquistare consapevolmente la luce e appropriarsi della personale capacità di pensiero critico e conoscenza.





