top of page

L’arte del bisticcio: il reality Meloni-Trump

La domanda è semplice, ma la risposta non lo è. Giorgia Meloni è stata ingenua con Donald Trump oppure sta sfruttando politicamente lo scontro con lui? Probabilmente non lo sapremo mai. E forse, per gli italiani, non è nemmeno la questione più importante.


La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, al Vertice dei Leader del G7 - https://www.governo.it/it/media/vertice-del-leader-del-g7-2026/32098
La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, al Vertice dei Leader del G7 - Governo.it

Meloni ha investito politicamente sul rapporto con Trump. Lo ha elogiato, difeso, presentato come interlocutore privilegiato e simbolo di una destra internazionale capace di cambiare gli equilibri globali. Quando un leader scommette così tanto su una relazione personale e politica, deve accettarne anche i rischi. E il rischio, nel caso di Trump, era evidente a tutti. L'imprevedibilità.

 

Se dunque Meloni è stata sorpresa dalle umiliazioni pubbliche e dagli attacchi personali, allora ha commesso un errore di valutazione. Trump non è cambiato. È sempre stato un leader impulsivo, aggressivo, disposto a sacrificare rapporti e alleanze alla convenienza del momento.

 

Esiste però anche una lettura diversa. Non serve evocare complotti o retroscena. Basta osservare una dinamica ormai nota. Quando Trump attacca, Meloni può presentarsi come la leader che difende la dignità del Paese. E una parte dell'opinione pubblica reagisce stringendosi attorno a lei. È il meccanismo più antico della politica. Il nemico esterno rafforza il consenso interno. E gli attacchi di Trump, per una felice coincidenza, avvengono sempre nei momenti di maggior calo di consenso, almeno sul fronte italiano.

 

La prima occasione è stata a metà aprile. La Premier italiana era reduce da un sonoro ceffone elettorale: il referendum costituzionale sulla giustizia di marzo è stato respinto dal 53,74% degli elettori. Con il governo che boccheggiava e Fratelli d’Italia scivolato per la prima volta sotto la soglia psicologica del 30%, è arrivato il soccorso, sicuramente involontario, di Trump. Il tycoon, dalla Pennsylvania, ha accusato l'Italia di "tradimento" per il no all'uso delle basi contro l'Iran e ha attaccato Meloni per aver difeso Papa Leone XIV. Invece di affondarla, questo bullismo d’oltreoceano le ha regalato il ruolo di paladina della sovranità nazionale. Gli italiani, che per l’80% detestano le mosse di Trump in Medio Oriente, si sono stretti attorno a lei in un sussulto patriottico. È la classica strategia della distrazione di massa, dove si preferisce parlare di basi militari e orgoglio ferito piuttosto che di riforme bocciate dai cittadini.

 

A giugno, invece, mentre a destra spuntava l'ombra del generale Vannacci, che con il suo "Futuro Nazionale" scavalca la Lega e insidia i voti più radicali della maggioranza, Trump è tornato a colpire. In una telefonata a La7, con la consueta eleganza, ha dichiarato: "Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena". Palazzo Chigi ha gridato al falso e la Premier si è detta allibita, ma il gioco era già fatto. Meloni ha incassato la solidarietà di tutti, compresa una telefonata del Quirinale, trasformando un insulto sessista in una medaglia al valore istituzionale.

 

Che sia frutto del caso o di una notevole capacità di sfruttare le circostanze, il risultato tuttavia non cambia. Trump parla alla sua base. Meloni parla alla sua. Entrambi trasformano una crisi diplomatica in un'occasione comunicativa.

 

Ed è qui che emerge il problema vero. Per Trump la polemica è utile perché gli consente di interpretare il ruolo che il suo elettorato ama. Il leader che non si piega agli alleati, che sfida l'Europa, che considera la diplomazia un fastidioso dettaglio. Per Meloni è utile perché le permette di prendere le distanze da un alleato diventato ingombrante e, allo stesso tempo, di mostrarsi come difensore della dignità nazionale.

 

A guadagnare sono loro. A perdere rischiano di essere gli italiani. Perché mentre i due leader si scambiano battute, insulti e rivendicazioni patriottiche, restano sul tavolo questioni molto più concrete. Rapporti economici, cooperazione strategica, investimenti, stabilità internazionale. La politica estera dovrebbe servire a tutelare interessi nazionali, non a produrre clip virali e picchi di consenso.

 

La sensazione è che assistiamo sempre più spesso a una forma di reality geopolitico. I protagonisti cambiano, il copione resta uguale. Dichiarazioni roboanti, tifoserie schierate, indignazione programmata. Tutto molto utile per alimentare la propria immagine pubblica. Molto meno per governare. Forse Meloni è stata ingenua. Forse è stata semplicemente abile. In entrambi i casi rimane una constatazione amara. Quando la politica si riduce a una gara di ego, il conto finisce quasi sempre per pagarlo qualcun altro. E quel qualcun altro, di solito, sono i cittadini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
bottom of page