Io sì che ho paura
Sono professore in una scuola pubblica spagnola e ho paura. Paura del futuro imminente, paura della mancanza di capacità critica che mi circonda ogni giorno e che, a volte, sembra trasformarsi in minaccia, odio, grida e violenza.

Ho paura di non comprendere più quale sia la mia funzione, di non riuscire più a educare menti capaci di pensare, di interrogarsi e di mettere in discussione ciò che viene loro raccontato.
Ceuta, che fino a qualche giorno fa molti forse avrebbero faticato persino a collocare sulla cartina, si è ritrovata improvvisamente al centro dell'attenzione europea. Anche le dichiarazioni e le decisioni dei governi sembrano risentire della complessità di una situazione che, per sua natura, non è facile da gestire. Giorgia Meloni ha annunciato misure relative alle frontiere con la Spagna, nonostante Ceuta sia un territorio spagnolo al di fuori dello spazio Schengen.
Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, conosce bene la situazione di Ceuta e sa che si tratta di territorio spagnolo. Il governo sta cercando di gestire, tra le altre cose, le richieste di asilo, i rimpatri e la situazione dei minori arrivati in modo massiccio attraverso la frontiera, spinti dalla disperazione, ma anche dalle aspettative create da chi aveva prospettato loro una possibilità di accoglienza in Europa. Nel frattempo, Israele ha continuato a rafforzare i propri rapporti e a firmare accordi con il Marocco e io ho paura.
L'arrivo dei migranti viene descritto da una parte della destra europea come un'«invasione». Eppure, almeno per quanto abbiamo potuto vedere, non si tratta di persone arrivate con le armi. In Spagna, il Partido Popular e Vox hanno rilanciato alcune delle critiche provenienti dal dibattito europeo, mentre la gestione dell'emergenza continua a essere oggetto di scontro politico.
Le comunità autonome spagnole hanno competenze importanti in materia di assistenza e accoglienza e molte di esse sono governate dal Partido Popular, in alcuni casi con il sostegno di Vox. La distribuzione e l'accoglienza dei minori migranti hanno così finito per diventare anche un terreno di confronto politico. E, in mezzo a questo confronto, non è sempre facile distinguere le informazioni dai messaggi costruiti per suscitare paura, rabbia o risentimento.
Ancora una volta, l'immigrato rischia di diventare il colpevole di ciò che non funziona: colui che arriva a occupare il nostro territorio, a mettere in discussione ciò che abbiamo, a sottrarci qualcosa. Un capro espiatorio, forse, che permette di spostare lo sguardo altrove, lontano dalle decisioni politiche, dalle responsabilità e dalle difficoltà che una società complessa deve affrontare.
Ed è questo, forse, ciò che mi preoccupa di più.
Ho paura di quello che sta succedendo in Spagna. E ho paura anche di ciò che accade in Italia: di alcune dichiarazioni sulla presenza dei giovani migranti nelle scuole, del dibattito sul velo, del ritorno di simboli religiosi nel confronto politico. Ho paura quando la religione smette di essere una questione personale o spirituale e torna a essere utilizzata come strumento di contrapposizione.
Perché quando la paura diventa il linguaggio con cui parliamo degli altri, diventa sempre più difficile insegnare ai ragazzi a guardare oltre la paura.
Per citare Niccolò Ammaniti: «Io sì che ho paura».




