Sanità integrativa scuola e Valditara: la polizza Unisalute è la resa dello Stato sociale?
La notizia è passata quasi in sordina, eppure segna un passaggio cruciale: dal 30 settembre prenderà il via la polizza sanitaria integrativa per il personale della scuola, attiva in prima battuta per quattro anni, fino al 29 settembre 2030. Si tratta di servizio che implica uno stanziamento imponente — 320 milioni di euro in totale — affidato a Unisalute in coassicurazione con Poste Assicura e Intesa Sanpaolo RBM Salute.

Il Ministro Valditara ha parlato di una misura «fortemente voluta» per tutelare i lavoratori di un settore strategico e, in effetti, la mia prima reazione è stata di sollievo: i tempi di attesa della sanità pubblica sono lunghi e i costi delle visite private elevati per le tasche degli insegnanti.
Poi, però, anche confrontandomi con i colleghi, ho provato un senso di disagio. Al di là di franchigie, massimali, elenchi infiniti di prestazioni coperte o scoperte, liste di cliniche e studi dove sarà possibile effettuare visite e interventi, ho fatto una serie di riflessioni che nell’insieme mi hanno rattristato, tanto da farmi dubitare dell’opportunità di aderire, pur gratuitamente, all’iniziativa.
Nel momento in cui lo Stato stesso finanzia una polizza per i propri dipendenti affinché si curino presso strutture private convenzionate, sta dichiarando esplicitamente la crisi del servizio pubblico. È un'ammissione di resa: lo Stato non è più in grado di garantire il diritto alla salute tramite le proprie strutture.
Il denaro dei contribuenti, invece di essere destinato al potenziamento della sanità pubblica — a beneficio di chi ha più bisogno —, viene dirottato verso compagnie assicurative e cliniche o studi privati. Persino le tariffe agevolate previste da tali strutture per i familiari dei docenti funzionano come un volano per incanalare nuove risorse verso il mercato sanitario privato.
Diversi sindacati, Flc Cgil, Usb e Cub, hanno denunciato come i fondi stanziati per l’assicurazione siano stati sottratti al funzionamento ordinario delle scuole, accusa subito smentita dal Ministero. La questione rimane però di priorità. Se si pensa allo stato di molte nostre scuole, viene da chiedersi se quel denaro non potesse essere investito direttamente per migliorare la quotidianità di chi nella scuola vive e lavora, e per offrire un contesto dignitoso soprattutto agli studenti più svantaggiati. Ho in mente le strutture fatiscenti, il caldo opprimente che dobbiamo subire in queste ultime estati sempre più torride, le aule stipate di studenti, i colleghi a rischio di burnout che faticano a gestire gruppi troppo numerosi perché ciascun ragazzo possa avere le attenzioni di cui ha bisogno… i carichi di lavoro in ambito educativo e di prevenzione che la società impone alla Scuola, senza che vengano corrisposte adeguate remunerazioni.
Mi ritrovo così di fronte a una scelta per me non semplice. Accettare questo "benefit" significa far valere un proprio diritto individuale, ma al contempo avallare una logica che indebolisce la sanità e la scuola pubblica per tutti. Non accettarlo, del resto, può veramente giovare a promuovere l’idea di uno Stato che non faccia distinzione tra figli e figliastri e garantisca a tutti pari dignità e pari trattamento?
Ormai, troppe cose scivolano via nel silenzio… Viviamo in un mondo in cui è giusto ciò che conviene e in cui talora la scelta, per chi guadagna come un docente, è tra non curarsi e sottoscrivere una polizza che consenta di farlo, benché in un limitato numero di strutture private, in un mondo in cui alle battaglie collettive si preferisce la contrattazione individuale.




