Intelligenza artificiale e la fine dell’uomo: i computer ci salveranno dal tabù della morte?
- Carolina Pannullo
- 22 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Il rapporto dell’uomo con la morte è sempre stato molto difficile. L’obiettivo dell’uomo, in ogni epoca storica, è far sparire la morte dall’orizzonte terreno, o almeno trovare rimedi filosofici, psicologici e religiosi atti ad illudere la mente che la morte sia solo un momento, un passaggio che conduce poi l’anima a vivere ancora in un’altra dimensione. La religione, ovviamente, ha dato i suoi numerosi contributi sul tema, proponendo una visione della morte come momento decisivo della vita terrena che segna il passaggio verso qualcosa di diverso.
La vicenda terrena di Gesù segna la svolta decisiva; l’uomo Gesù, infatti, sperimenta in prima persona l’esperienza del trapasso. Gesù non solo muore in modo atroce, ma addirittura vince la morte, ritornando in vita e apparendo ai suoi discepoli. Per la prima volta nella storia si parla di resurrezione, di vittoria sulla morte. Ma questa vittoria non avviene allontanando la morte, anzi accade proprio nella morte, nell’incontro con l’alterità assoluta di quest’evento. La promessa della resurrezione cambia radicalmente il concetto della morte nella comunità dei primi cristiani: la morte diviene il passaggio necessario per vedere il volto di Dio e quindi per vivere la vita eterna, quella promessa all’uomo.
Ma questo concetto oggi è ancora valido? La morte è davvero vissuta dal cristiano con questa convinzione? Certo di tempo ne è passato e l’uomo di oggi non è il discepolo che ha visto morire il suo maestro in croce. Vedere morire un proprio caro ci fa nascere spontanea una domanda: “perché Dio non ha ascoltato le mie preghiere?”
Ancora oggi il dolore della morte ci segna, come fosse sempre qualcosa di nuovo e inaspettato ogni volta che arriva. Ma a un certo punto attraverso lo straordinario uso delle nuove tecnologie, l’uomo ha accarezzato l’idea che si potrà vivere per sempre, allontanando definitivamente l’idea della fine. Se pensiamo anche ai videogame in cui i personaggi hanno a disposizione diverse vite per arrivare al traguardo, danno proprio l’idea di un’esistenza senza fine! La stessa secolarizzazione dell’era contemporanea ha contribuito a marginalizzare la morte e come questa parola sia spesso sostituita da parafrasi per evitare inutili dolori. Inoltre le tecnologie cyborg e l’intelligenza artificiale ci ha inevitabilmente abituato all’idea che tutto si possa fare e che tutto ciò che la scienza può arrivare a fare è eticamente giusto.
Forse sarebbe il caso di fermarci, per ricordare a noi stessi la vera natura dell’uomo. La morte è forse l’unica cosa che accomuna il destino di ogni uomo. Oggi l’uomo sembra andare verso un’inesorabile omologazione e standardizzazione della vita, poiché un sistema computazionale non è in grado di accettare al suo interno infinite variabili. La morte, invece, sottolinea l’unicità dell’uomo, il suo carattere unico e irripetibile della nostra esistenza: non nascerà un altro simile ad un altro, colui che ha vissuto non avrà cloni. La morte restituisce all’uomo il senso della vita e di come essa, vissuta nell’amore, ci renda persone uniche e importanti per qualcuno. Allora non sarà un algoritmo a decidere a chi tocca morire, non sarà l’intelligenza artificiale a programmare i momenti della nostra storia, perché la rivoluzione digitale ci ha solo illuso di essere Dio: manipolare, prevedere tutto, controllare fortunatamente non è prerogativa umana!
