Il Mondiale razzista
- Gianpaolo Trotta
- 6 ore fa
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Mentre la Coppa del Mondo si è appena conclusa, con una noiosa e ruvida finale tra Spagna e Argentina, due nazioni agli antipodi politicamente e calcisticamente - sia come filosofia di gioco che per quanto riguarda il fair play - la partita più amara si è giocata fuori dal campo.

Il Mondiale 2026, ospitato da Stati Uniti, Messico e Canada, doveva essere la festa universale del calcio. È diventato, invece, il palcoscenico di una lunga sequenza di episodi controversi: arbitri e calciatori africani trattati da sospetti, intere delegazioni umiliate ai confini, razzismo e odio digitale dilagante che si abbatte sui giocatori ogni volta che sbagliano un rigore e solo per le loro origini.
Il caso più emblematico ha per protagonista Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo di 34 anni, eletto miglior direttore di gara africano nel 2025 e primo somalo della storia selezionato per un Mondiale. Artan è stato bloccato e respinto all’aeroporto di Miami dopo undici ore di interrogatorio, nonostante avesse documenti in regola. Motivo ufficiale? La Somalia rientra tra i Paesi colpiti dal travel ban dell’amministrazione statunitense.
Non è un caso isolato. Almeno 15 membri di una delegazione mediorientale sono stati respinti, mentre i calciatori hanno ottenuto il visto potendo entrare e uscire dagli Stati Uniti solo il giorno della partita. Anche un campione del mondo come Fabio Cannavaro, oggi commissario tecnico dell’Uzbekistan, non si è salvato: perquisito all’arrivo con metal detector e cani antidroga, in video diventati virali.
Se gli episodi alle frontiere raccontano un problema di accesso, il caso di Folarin Balogun racconta altro: il potere politico che non accetta limiti e invade il campo delle decisioni sportive.
Dopo un’espulsione contro la Bosnia, l’attaccante statunitense doveva essere squalificato per gli ottavi contro il Belgio, ma Donald Trump ha telefonato personalmente al numero uno della FIFA Gianni Infantino per chiedere una revisione, arrivando a definire “poco chiaro” l’operato dell’arbitro brasiliano Raphael Claus. La squalifica è stata sospesa a poche ore dalla partita, scatenando sdegno e proteste ad ogni latitudine.
Il contrasto tra il trattamento riservato a un giocatore di casa, evidentemente caro al potere e quello riservato a un arbitro africano rispedito al mittente non è passato inosservato: nello stesso torneo, due pesi e due misure.
Intanto, se le frontiere colpiscono chi arriva da fuori, i social network colpiscono chi gioca in campo. Secondo i dati del Servizio di Protezione dei Social Media della FIFA, durante la sola fase a gironi sono stati individuati 89.000 contenuti offensivi online, un incremento di tredici volte rispetto ai 6.700 casi registrati al Mondiale in Qatar nel 2022, nonostante allora si fossero disputate meno partite.
Tra i bersagli, i giocatori olandesi di origini africane e caraibiche Justin Kluivert, Quinten Timber e Crysencio Summerville, presi di mira dopo l’eliminazione ai rigori contro il Marocco. Un copione già visto in altri tornei: l’errore dal dischetto diventa il pretesto per un’ondata di insulti razzisti contro chi lo ha commesso, quasi sempre calciatori neri.
Ma a colpire, più ancora dei singoli episodi, è stata la reazione, o meglio l’assenza di reazione, da parte degli organismi che dovrebbero garantire regole uguali per tutti. La FIFA, di fronte ai respingimenti alle frontiere, ha semplicemente dichiarando di non avere strumenti per intervenire sulle politiche migratorie del Paese ospitante. Un atteggiamento difficile da conciliare con la retorica dell’inclusione che accompagna ogni edizione del torneo. In teoria si dice no al razzismo, in pratica si tace contro chi lo mette in atto.
Il calcio, si dice spesso, è lo sport più universale del mondo. Ma un Mondiale che respinge i suoi arbitri africani, sospetta dei suoi campioni per il passaporto che portano e lascia che il razzismo online cresca indisturbato, racconta una realtà diversa: quella di un gioco che riflette, invece di correggerle, le divisioni del mondo che lo circonda, di una concezione elitaria del potere che lo governa, volta a tutelare gli amici e a maltrattare chi non rientra in una certa visione.
