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G8 di Genova. Una ferita ancora aperta

Sono passati esattamente venticinque anni dal G8 del luglio 2001, ma la rabbia, il disgusto e il senso di profonda ingiustizia per quello che è accaduto in quelle giornate rimangono del tutto identici, senza che il tempo abbia minimamente attenuato la gravità di una delle pagine più vergognose della nostra storia recente. Quella che doveva essere una manifestazione pacifica di migliaia di giovani arrivati da tutta Europa per contestare il modello economico dei grandi della Terra si è trasformata rapidamente nella più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale, un vero e proprio massacro di Stato orchestrato da chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza e l'ordine pubblico.

 

Genova-G8 2001-Carica della polizia - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Genova-G8_2001-Carica_della_polizia.jpg
Genova - Fatti del G8 del 20 luglio 2001, Carica della polizia a Corso Torino - Ares Ferrari, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Invece di ascoltare le richieste di una generazione che chiedeva un futuro diverso, le istituzioni hanno risposto con la forza bruta, scatenando nelle strade di Genova una violenza cieca, indiscriminata e ingiustificabile che ha colpito chiunque si trovasse sul percorso dei cortei. Il culmine di questa barbarie istituzionale è stato raggiunto nella notte del 21 luglio all'interno della scuola Diaz, un edificio che doveva fungere semplicemente da dormitorio per studenti, attivisti e giornalisti accreditati. Le forze dell'ordine hanno fatto irruzione in piena notte sfondando i cancelli e aggredendo barbaramente persone inermi che stavano dormendo nei loro sacchi a pelo, spaccando teste, rompendo braccia e gambe, e riducendo le aule della scuola a una pozza di sangue ininterrotta, una scena definita in seguito dagli stessi funzionari di polizia come una vera e propria macelleria messicana.

 

Come se non bastasse, l'orrore è continuato nella caserma di Bolzaneto, trasformata per giorni in un vero e proprio centro di detenzione illegale dove i manifestanti fermati sono stati sottoposti a torture fisiche e psicologiche, insultati, minacciati di morte, costretti a rimanere ore in posizioni riverse contro i muri e privati di qualsiasi diritto fondamentale o assistenza legale. Nel frattempo, in Piazza Alimonda, il ventitreenne Carlo Giuliani perdeva la vita sull'asfalto, centrato in pieno viso da un colpo di pistola e poi calpestato due volte da un fuoristrada dei Carabinieri in ritirata, un omicidio liquidato dalla giustizia italiana come legittima difesa e rapidamente archiviato senza che venissero mai accertate le reali responsabilità politiche e operative della catastrofica gestione di quella piazza.

 

Ma ciò che fa più schifo e che fa montare ancora oggi la rabbia, è l'assoluta e totale impunità di cui hanno goduto i veri colpevoli. I funzionari e i vertici della Polizia di Stato che hanno pianificato l'assalto alla Diaz, che hanno falsificato le prove introducendo bottiglie molotov nella scuola per giustificare il blitz e che hanno coperto le violenze dei loro sottoposti non hanno fatto nemmeno un singolo giorno di carcere. Al contrario, lo Stato italiano ha deciso di premiare la loro fedeltà e il loro silenzio blindando le loro posizioni e garantendo loro carriere fulminanti, culminate in promozioni a ruoli di massima sicurezza, nomine a prefetti e lauti vitalizi pagati con i soldi dei contribuenti.

 

Nonostante la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo abbia formalmente condannato l'Italia per i fatti di Bolzaneto e della Diaz, utilizzando esplicitamente la parola tortura per descrivere l'operato delle forze dell'ordine, nessun governo tra i tanti che si sono succeduti in questo quarto di secolo ha mai trovato il coraggio o la decenza di porgere scuse ufficiali alle vittime e al Paese. Resta l'amarezza insanabile di vivere in una nazione che ha preferito difendere i propri apparati deviati piuttosto che la verità, dimostrando che la legge si applica con i deboli e si nasconde davanti ai potenti in divisa, e lasciando la ferita di Genova aperta, infetta e destinata a non rimarginarsi mai.

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