Il caso Sigfrido Ranucci a Report e il problema del controllo della politica sulla Rai
- Daniela Loffredo

- 10 ore fa
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L’allontanamento di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report non è una semplice vicenda televisiva né un ordinario riassestamento di palinsesto. È il sintomo manifesto di un’annosa e pericolosa patologia delle nostre istituzioni: la tentazione costante, da parte di chi governa, di smantellare i presidi di controllo democratico e silenziare le voci sgradite.

Quando la politica decide di intervenire – direttamente o tramite i vertici aziendali – sui metodi e sui volti dell’informazione d’inchiesta, la questione sveste i panni del dibattito mediatico e diventa una vera e propria vertenza democratica. Negli ultimi anni assistiamo a una progressiva colonizzazione della Rai. La narrazione dominante della destra al governo, da sempre insofferente al vaglio critico, tollera il giornalismo a una sola condizione: che si riduca a mero megafono di palazzo o a innocuo intrattenimento. Non appena l’indagine scava negli intrecci opachi tra politica, grandi affari, sanità o gestione dei fondi pubblici, scatta la reazione: delegittimazione personale, accuse di "giustizialismo" e, infine, la spinta all'emarginazione.
La vicenda Ranucci evidenzia anche l'ipocrisia del garantismo a geometria variabile di cui la maggioranza si fa scudo. Un garantismo sbandierato con forza a tutela dei propri sodali finiti sotto indagine, ma dimenticato un secondo dopo quando si tratta di imbavagliare chi lavora per garantire la trasparenza. Assistere al compiacimento con cui settori della politica salutano l'uscita di scena di un conduttore scomodo svela l'idea profonda che questa destra ha della sfera pubblica: un luogo in cui il dissenso deve essere imbrigliato, a meno che non sia utile ad alimentare il proprio vittimismo, mentre le risposte non vanno mai pretese.
Per una sinistra che voglia formulare una critica profonda del presente, sarebbe tuttavia un errore fermarsi alla difesa personale del singolo giornalista. Non è una questione di idolatria del personaggio o di scontro di potere individuale. Il punto centrale è la tutela dell’Articolo 21 della Costituzione e la difesa di un patrimonio collettivo: un modello di giornalismo d’inchiesta d’équipe che per decenni ha rappresentato la forma più alta di servizio al cittadino. Quando la redazione stessa denuncia lo stravolgimento di questa storia, la ferita riguarda il lavoro, l'indipendenza e la dignità professionale dell'intera categoria.
La Rai, trasformata nell'ennesimo trofeo da conquistare a ogni turno elettorale, perde così la sua funzione pedagogica e sociale. Un Paese in cui l’approfondimento viene depotenziato per non disturbare la tranquillità dei manovratori è un Paese irrimediabilmente meno libero, dove l'asimmetria di potere si consolida nel silenzio della collettività.
Difendere l'autonomia del servizio pubblico non significa condividere acriticamente ogni scelta redazionale, ma ribadire un principio fondamentale: senza inchiesta non c'è trasparenza, e senza trasparenza la democrazia si svuota di senso. La sinistra ha il dovere di andare oltre i comunicati di protesta e rimettere al centro della propria agenda una riforma radicale della Rai, che la liberi una volta per tutte dall'occupazione dei partiti prima che il danno all'informazione pubblica sia irreversibile.



