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Chiude Rai Scuola. La mission culturale sotto attacco.

Rai precisa che non è prevista alcuna cancellazione dell'offerta editoriale di Rai Scuola. La sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un'evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay”.

 

Si apre così il comunicato stampa Rai del primo pomeriggio di ieri (martedì 25 agosto) in risposta a una vera sommossa sui social. Quasi 50.000 firme, raccolte in soli due giorni e in continua crescita, si oppongono alla chiusura di Rai Scuola sul canale 57 del digitale terrestre e alla conseguente sostituzione con “Italiana", palinsesto "interamente dedicato al racconto dell'identità italiana sui territori”.

 

La miccia è stata inconsapevolmente accesa il 23 agosto da uno dei volti protagonisti della divulgazione scientifica sul canale, Sara Bencivelli. La giornalista avvisava dal suo profilo Facebook che “Il primo ottobre Rai Scuola chiude. Al suo posto, il canale 57 del digitale terrestre, andrà Canale Territorio, che parlerà del nostro paese partendo dall'esperienza di Linea Verde”.

 

Bencivelli prosegue, con garbo professionale, a tirare le somme dell'esperienza editoriale sua e dello staff di Rai Scuola, sottolineando le difficoltà in cui versava il canale da tempo, svuotato com'era di contenuti nuovi e appeso alle repliche in una precaria sopravvivenza.

 

Commentando l'inaspettato successo del suo post (quasi 700k visualizzazioni e più di 38k interazioni in una sola giornata) ha sintetizzato il sapore dolceamaro della vicenda, poiché “Rai Scuola ha dato voce alla scienza italiana e lo ha fatto con l'orgoglio del suo ruolo di promotrice della cultura, più che con lo spirito della difesa di un territorio o di una nazione. Del resto la scienza non ha frontiere, ed essere sostituiti da un canale che parla di identità nazionale, personalmente, lo vivo come un doloroso paradosso".

 

E sì che i risultati di ascolto erano davvero poco difendibili su un piano meramente contabile. Ma, in prospettiva, non nascono dal nulla. Anzi, sembrano quasi scientemente perseguiti da una dirigenza più attenta alla politica che alla mission “etica" che dovrebbe perseguire la tv di Stato.

 

Dopo il rilancio avvenuto ai tempi del primo lockdown, quando Rai Scuola ha affiancato coi suoi contenuti le lezioni in DaD, il canale 57 era divenuto una fonte di approfondimenti soprattutto nell'ambito scientifico (storicamente lacunoso per gli italiani) anche, e forse principalmente, per gli adulti. Poi qualcosa è cambiato col nuovo governo, a partire dalla scuola stessa, dalle indicazioni nazionali per la didattica e le periodiche "nuove interpretazioni della storia” più recente. 

 

In Rai rispondono che la fruizione del pubblico più giovane, target primario del canale, non avviene più attraverso le modalità della tv lineare. Deve necessariamente mutare in modalità online e on demand, assecondando la flessibilità e frammentarietà tipica della fruizione giovanile.

 

Certo, la tv non ha più il quasi monopolio delle narrazioni come ai tempi del maestro Alberto Manzi. Negli anni ‘60 con “Non è mai troppo tardi" contribuì massicciamente all'alfabetizzazione di massa. Oggi la frammentazione delle fonti pone nuove sfide, fra cui quella urgente dell’autorevolezza per strappare le menti dalle grinfie dei "fuffa guru” dei social. Una sfida che deve certamente essere mossa sugli stessi canali, almeno nella fase di aggancio dell'audience.

 

Rai Scuola quindi non scompare, viene riposta come un libro noioso su uno scaffale, quello di RaiPlay, nel mare magnum degli altri contenuti Rai, senza venire pubblicizzato a dovere così come i vari canali del comparto Cultura. Un vero spreco di risorse.

 

L’utenza che paga il canone si chiede da molto tempo se sia corretta la strategia di una tv pubblica che voglia inseguire le reti private sul piano di ascolti e raccolta pubblicitaria trascurando l'accrescimento culturale.

 

Accanto a questo aspetto, figura quello politico. Il presidio quasi totale dei canali Rai da parte delle forze di maggioranza, la fuga dei nomi di punta (e invisi al governo) dalla tv pubblica verso altre reti, il recente caso Ranucci, il ricorso a professionisti esterni lamentato a più riprese dell'USIGRAI, il depauperamento generale dei contenuti, la perdita di posizioni nella concorrenza degli ascolti e le preoccupanti ipotesi sul riassetto della governance. Tutto questo ha un nome: telemeloni.

 

Quello dell'egemonia culturale è un disegno che la destra sta pervicacemente tracciando, punto dopo punto. L'arrivo di “Italiana”, programma di paesaggi e gastronomia, tradizioni e folklore, monumenti e borghi da rivalutare è solo un'altra tessera di questo mosaico fatto di stucchevole, quanto vuoto, sciovinismo.

 

Qual è il senso, in chiave competitiva, nel proporre un canale che nasce come riproposizione di format già visti e che vengono usualmente proposti sulle reti maggiori e dalla concorrenza? Che senso ha, come rappresentazione, l'ennesima elegia di un paese che racconta di prodotti tipici, scorci unici e “giovani che ritornano alla tradizione dei nonni con lo sguardo della modernità" quando le aree interne si spopolano per l'assenza di servizi essenziali, crollano per il dissesto idrogeologico e quei giovani brillanti, in maggioranza, scappano all'estero in cerca di un vero futuro?

 

Intanto la petizione su change.org viaggia a vele spiegate. Segno che, seppur silente, il pubblico di estimatori di Rai Scuola è ampio e vuole farsi sentire. In molti è ancora vivo il ricordo di quando, nel 2020, fu Rai Storia a venire sottratta al boia dal furor di popolo con una raccolta firme simile. Oggi la data di fine trasmissione è già scritta. Può essere l'ennesima prova che c'è un'ampia fetta di pubblico che esige dalla tv di Stato il ruolo propulsivo della cultura di qualità anziché essere lo strumento di propaganda che si nasconde dietro lo share?

 

Chi volesse firmare e “non svendere la cultura e il sapere di un Paese alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte” può consultare il link:


Antenna di trasmissione sul tetto del palazzo degli studi di produzione televisiva della Rai di via Teulada a Roma - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:RAI_Roma_via_Teulada_trasmittente.jpg
Sergio D’Afflitto, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons


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