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Grazie, ma… No grazia

Parliamo del nuovo “caso Minetti”, sulla grazia concessale a febbraio e che, dopo un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano, è stata messa in pausa in attesa di approfondimenti. Prima di addentrarci in una spy story degna di Le Carré, bisogna rivedere alcuni fondamenti legislativi perché già si stanno rimpallando le accuse, gli scaricabarile, le responsabilità. Chi resterà con il proverbiale cerino in mano non si sa ancora. Ma forse sarà la parte meno interessante della vicenda che ha già varcato i confini italiani.

Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons
Quirinale.it, Attribution, via Wikimedia Commons

Procediamo con ordine. Il Presidente della Repubblica “Può concedere grazia e commutare le pene”. Lo precisa l’art. 87 della Costituzione al comma 11. Si tratta di uno dei poteri di cui il Presidente può avvalersi tramite decreto. Altresì, “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”, art. 90 Cost., comma 1. Questo mette al riparo Mattarella da qualsivoglia sviluppo del procedimento.


La grazia è un atto di clemenza “individuale”, diverso quindi dall’amnistia o dall’indulto che riguardano categorie di reati o rei. Senza scendere troppo nei dettagli procedurali, l’articolo 681 del codice di procedura penale stabilisce che la domanda si presenta al Ministro della Giustizia o al Magistrato di Sorveglianza (se parliamo di un detenuto). Il magistrato o il procuratore generale istituiscono la pratica, raccolgono gli elementi utili e restituiscono il loro parere, non vincolante, al Ministro. Questi, a sua volta, propone la domanda al Presidente della Repubblica. Uno dei presupposti per la richiesta e concessione della grazia è la condanna passata in giudicato. Una catena di passaggi chiari, ciascuno con le sue competenze e specificità.


Un primo elemento incuriosisce. Il provvedimento è stato concesso a favore di una persona sottoposta ai servizi sociali e non ancora detenuta. Nicole Minetti è infatti oggetto di una condanna lieve (3 anni e 11 mesi) cumulata per due diversi reati, favoreggiamento della prostituzione (processo Ruby bis) e peculato nella “rimborsopoli” della Regione Lombardia. Le motivazioni addotte per richiedere la grazia erano di tipo “umanitario”, la necessità, cioè, di accudire un figlio adottivo affetto da una grave patologia. Questo bambino è uruguayano.


La trama ora si infittisce e diventa un film fra le dichiarazioni da rivedere della coppia Minetti-Cipriani, referti medici non esistenti e pareri di specialisti sulla salute del bambino non tracciati, una presunta condizione di abbandono del minore da parte dei genitori naturali, che pare non sussistesse, l’irreperibilità della madre naturale, la morte violenta dell’avvocata che ha difeso la donna nel processo per l’adozione, trovata carbonizzata nella sua abitazione insieme al marito. Se questi elementi non bastassero, arriva il plot twist. Cipriani ha avuto in passato contatti con il noto milionario pedofilo Epstein. Ci sono tracce di loro rapporti nei famigerati “files” desecretati.


C’è tanto sotto una coltre molto fumosa di elementi. C’è il protagonista di una rete di ricatti e pedofilia di livello internazionale, una donna, la Minetti, condannata perché procurava prostitute al satrapo di Arcore, ci sono poi uomini di potere in un luogo privato che nessuno sa se possa essere una Maralago sudamericana, ci sono feste e yacht di lusso con il solito corollario di donne disponibili a pagamento. C’è infine un bambino che non si sta bene come sia stato adottato. Dalla sacralità della Costituzione ai sospetti dell’ennesimo spin off della saga Epstein.


La volontà di mantenere il quadro sfocato è il possibile motivo per cui la notizia non ha avuto clamore. Ma all’indomani dell’inchiesta giornalistica, Mattarella ha dovuto richiedere ulteriori approfondimenti per fare chiarezza sull’intera vicenda. La stessa Francesca Nanni, procuratrice generale, ha ammesso di essere stata “poco perspicace”. Non tutti i punti sono stati uniti e, evidentemente, alcuni dettagli fondamentali sono stati tralasciati. In particolare adesso si vogliono consultare meglio i dati in Uruguay.


Questo inciampo giuridico ha messo in imbarazzo perfino la carica più alta dello Stato e la ricerca della verità sarà lunga. Ma, in attesa di sviluppi, la prima ministra Meloni ha già fugato il primo dubbio: Nordio resta dov’è. E c’è chi ventila la presenza del ministro (già smentita) nella tenuta sudamericana dei Cipriani, a Punta del Este.

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