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Il governo Meloni ci riprova: la “taglia” sui rimpatri

Dopo il fallimento del referendum sulla giustizia, il governo sposta il mirino dalla magistratura alla classe forense.

Matteo Piantedosi e Giorgia Meloni - Milano, 7 Febbraio 2023
Matteo Piantedosi e Giorgia Meloni - Milano, 7 Febbraio 2023

Il nuovo "Decreto Sicurezza e Rimpatri" rappresenta l’ultimo tentativo del governo Meloni volto a neutralizzare i contrappesi dello Stato di diritto. Se per lungo tempo, infatti, l'esecutivo ha tentato di arginare l'autonomia dei magistrati, l'offensiva si è spostata verso il condizionamento del contraddittorio, mirando a colpire direttamente la libertà d'azione dell'avvocato. In particolare, il nuovo decreto sicurezza prevede un compenso di 615 Euro per l’avvocato che porta a compimento il rimpatrio volontario del proprio assistito. La norma, che andrebbe ad inserirsi all’articolo 30 bis del decreto, subordina il compenso del legale all’esito effettivo della partenza dello straniero. Le diverse istituzioni del mondo forense e della magistratura hanno espresso una ferma e compatta opposizione all'emendamento, evidenziando come la riforma proposta mini le basi stesse del sistema giudiziario e professionale: il Consiglio Nazionale Forense, che ha denunciato il mancato coinvolgimento nelle fasi decisionali; l'Associazione Nazionale Magistrati e l'Unione delle Camere Penali concordano nel ritenere la norma un pericolo per l'indipendenza del difensore.

 

Collegare il compenso economico all'effettivo rimpatrio dello straniero creerebbe un paradosso deontologico, trasformando l'avvocato in uno strumento delle politiche migratorie governative. Tale meccanismo viene definito dai penalisti come un’apologia dell'infedele patrocinio, poiché incentiva il legale a perseguire un risultato (il rimpatrio) venendo meno, così, ai principi di libertà e autonomia della difesa. L’attività e la prestazione fornita dell'avvocato viene così snaturata, in quanto non più valutata in base all'impegno e alle competenze profuse, ma esclusivamente in funzione del successo di una procedura di espulsione, mettendo così a rischio l'effettività della tutela giurisdizionale garantita dalla Costituzione. A ciò si aggiunge la previsione dell'articolo 29 comma 3, che andrebbe ad abrogare il riconoscimento del gratuito patrocinio indipendentemente dai limiti reddituali ordinari nei processi contro i provvedimenti di espulsione.

 

La gravità di tale impianto normativo ha spinto il Presidente della Repubblica a sollevare dubbi profondi, poiché l’attenzione del Colle è chiaramente focalizzata sulla violazione dei principi supremi della Carta. I profili di incostituzionalità appaiono palesi e insanabili, a partire dalla violazione dell'articolo 24 sul diritto alla difesa, che deve essere effettivo e basato su un rapporto di fiducia che svanisce se il difensore ha un interesse economico personale contrapposto a quello del migrante. Risulta inoltre violato l'articolo 3 sul principio di eguaglianza, poiché si crea una giustizia a due velocità dove chi ha i mezzi avrà una difesa libera, mentre chi è povero avrà una tutela condizionata dal premio economico governativo. Viene infine intaccato l'articolo 111 sul giusto processo, dato che la parità delle armi viene meno se lo Stato paga la controparte per ottenere un determinato esito processuale.

 

La proclamazione dello stato di agitazione non è un banale braccio di ferro per qualche euro in più in parcella, ma l'ultima trincea a difesa di una dignità costituzionale sotto assedio. Fallito il tentativo di mettere il guinzaglio alla magistratura, il potere politico tenta ora la mossa più cinica: trasformare l'avvocato da garante dei diritti a liquidatore, cercando di comprare il silenzio della difesa con un gettone di presenza. Il Decreto Sicurezza 2026 sembra un tentativo di "rottamare" lo Stato di diritto, incentivando i legali a farsi complici del proprio fallimento professionale per la modica cifra di un rimpatrio. In questo teatro dell'assurdo, la resistenza dei penalisti e il severo filtro del Quirinale restano gli unici ostacoli a una giustizia ridotta a un muto ufficio visti.

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