Gli sciapi effetti del PNRR e la fine della luna di miele tra il Financial Times e Giorgia Meloni
- Elio Litti

- 32 minuti fa
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Sembrano passati secoli, ma in realtà sono trascorsi solo pochi mesi da quando il Financial Times, il 9 novembre 2025, dedicava a Giorgia Meloni un editoriale particolarmente lusinghiero. Il quotidiano britannico la descriveva come un elemento di stabilità nel panorama politico europeo, arrivando a definirla una delle più significative "success story" della politica continentale.
Il tono del giornale appare oggi decisamente diverso. In un articolo pubblicato il 26 maggio scorso, il Financial Times ha infatti evidenziato le criticità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano, sottolineando come l'enorme mole di risorse impiegate non abbia finora prodotto una crescita economica proporzionata allo sforzo finanziario sostenuto.

Le dimensioni dell'investimento sono notevoli. L'Italia è il principale beneficiario del programma europeo Next Generation EU, con 191,5 miliardi di euro assegnati su un totale di 491,5 miliardi tra sovvenzioni e prestiti, pari al 39% dell'intero ammontare messo a disposizione dall'Unione Europea.
Le critiche, tuttavia, non riguardano tanto la capacità di assorbire i fondi quanto i risultati ottenuti. Secondo i dati della Commissione Europea sul raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano, l'Italia ha effettivamente registrato performance superiori alla media europea nell'utilizzo delle risorse. Le stime più recenti indicano infatti che è stato impegnato circa il 64% delle spese previste, contro una media europea del 57%.
Il problema, secondo i critici, riguarda l'efficacia della spesa. Il PNRR, profondamente rivisto dal governo Meloni negli ultimi anni, non avrebbe generato incrementi significativi del PIL. Le prospettive di crescita italiane continuano infatti a essere inferiori a quelle di altri Paesi mediterranei come Grecia e Spagna. Parallelamente, il rapporto debito/PIL è diventato il più elevato dell'Unione Europea, superando anche quello greco.
Per questo motivo, nonostante gli sforzi di Roma e Bruxelles nel presentare il caso italiano come una storia di successo, appare difficile individuare risultati economici inequivocabili a pochi mesi dalla conclusione del programma. Gli effetti sulla produttività, sugli investimenti privati e sulla crescita del valore aggiunto restano infatti oggetto di dibattito.
Una parte delle critiche riguarda inoltre la composizione degli investimenti. Diversi osservatori evidenziano come una quota rilevante delle risorse sia stata destinata a infrastrutture energetiche e grandi opere che, pur strategiche, avrebbero generato ricadute limitate sulle economie locali. In alcuni casi, la struttura degli appalti avrebbe favorito operatori di grandi dimensioni, riducendo l'impatto diretto sulle imprese dei territori interessati, soprattutto quelli meridionali.
A livello europeo, inoltre, una quota consistente delle risorse del programma risulta ancora da assegnare o da spendere. Molti Stati membri, inclusa l'Italia, hanno ottenuto una revisione delle scadenze e il rinvio di alcuni obiettivi al 2027.
Resta poi aperta una questione metodologica. Gli strumenti di monitoraggio predisposti dalla Commissione Europea sono stati concepiti principalmente per verificare il raggiungimento di target amministrativi e finanziari, mentre risultano meno efficaci nel misurare gli effetti economici concreti prodotti dagli investimenti. In altre parole, è relativamente semplice verificare quanto denaro sia stato speso, ma molto più complesso stabilire quanto valore sia stato effettivamente creato.
Il PNRR rappresenta il più grande intervento economico europeo dai tempi del Piano Marshall. Se nel dopoguerra l'Italia doveva ricostruire un Paese devastato dal conflitto, nel 2020 il programma nasce nacque per sostenere un'economia colpita dalla pandemia. Saranno i prossimi anni a permettere una valutazione definitiva dei suoi effetti macroeconomici. Quello che è certo è che l'Italia non potrà giustificare l’eventuale insuccesso del PNRR con le impreviste guerre in Ucraina e in Asia occidentale, perché mentre nel primo caso la sua posizione ondivaga sulla difesa dell'Ucraina ha portato al protrarsi di un conflitto che sarebbe probabilmente finito prima e meglio, con scelte più audaci e non supportate dai governi Meloni e Draghi. Nel caso di Palestina, Libano ed Iran, il supporto incondizionato italiano a Stati Uniti ed Israele sta costando al sistema paese miliardi di euro, inflazione galoppante e crisi energetica senza precedenti nella storia. Scelte geopolitiche contrarie all'interesse nazionale che i cittadini italiani pagano di tasca propria.



