Gli italiani amano il potere forte, fino a un certo punto
- Massimo Battiato

- 14 ore fa
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Gli italiani amano il potere forte, fino a un certo punto. Non è una considerazione morale, ma una semplice riflessione dopo l’ennesimo esito negativo per chi pensava di utilizzare l’arma del referendum per accrescere il proprio potere.
Paradossalmente assomiglia alla dichiarazione del Ministro degli esteri Antonio Tajani: il diritto internazionale vale, ma fino a un certo punto. Cioè fino a quando lo permette il diritto del più forte, specialmente se ci riferiamo allo Zio Sam. In effetti, se c’è qualcosa che accomuna la mia battuta a quella di Tajani è il rapporto con il potere.
Quindi stiamo parlando del rapporto del popolo italiano con il potere e con chi crede di avere la capacità e il carisma del trascinatore. Questa bocciatura verso chi pretende di assumere un potere superiore al mandato ricevuto non è certo la prima volta che succede. Basti pensare al destino di Matteo Renzi che, complice il suo ego smisurato, decise di mettere la sua faccia sul referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Per non parlare dei pieni poteri che avrebbe preteso Matteo Salvini quando decise di staccare la spina al governo Conte 1. Da lì in poi il suo declino è stato inarrestabile. Certo, ci sono state figure carismatiche che sono durate sicuramente di più, vedi Silvio Berlusconi. Ma persino lui si giustificava di non riuscire a mantenere tutte le promesse perché non aveva il 50 più uno dei voti e doveva negoziare con gli alleati politici. Da dopo il ventennio fascista nessuna figura carismatica è riuscita a imporsi oltre una certa soglia. Per fortuna, aggiungerei.
Così torniamo alla frase iniziale. Gli italiani amano l’uomo, o la donna, forte, ma fino a un certo punto.
In fondo l’italiano medio, soprattutto quello poco impegnato politicamente, non disdegna che il potere sia gestito da una persona forte e carismatica che si carica di responsabilità che il cittadino preferisce non prendersi. Questo atteggiamento è abbastanza radicato nella storia e soprattutto nel Sud. L’Italia si è fatta molto più tardi di paesi come Francia, Spagna e Inghilterra. Siamo stati per secoli divisi in staterelli poco più ampi di una provincia attuale, repubbliche marinare, dominazioni straniere. L’unificazione del Sud è stata quasi un’annessione. Ora, senza abbracciare le tesi dei neoborbonici, tutto ciò incide sul senso civico e di appartenenza. Il rapporto che abbiamo con il potere e l’autorità è conflittuale e ambivalente. Da una parte può farci comodo che ci sia qualcuno a cui delegare tutte le responsabilità, per poterlo trasformare facilmente in capro espiatorio. Ma dall’altra parte siamo gelosi del nostro individualismo e il potere conferito a qualsiasi personalità carismatica è sempre condizionato.
In fondo, va bene tutto fino a quando questo potere non comincia a esondare e ad accampare la pretesa di erodere una delle poche cose a cui in fondo teniamo, la Costituzione.
Quando accade, si accende in noi un campanello d’allarme perché andare a toccare pesantemente la Carta è segno che qualcuno sta cominciando ad abusare del suo potere. Chiaramente le considerazioni sull’esito referendario sono molto più articolate. Molto ha inciso il voto dei giovani e direi per fortuna. Ma credo che qualche contributo lo abbia dato proprio questo nostro rapporto ambivalente con il potere. Non è un carattere culturale di cui andare particolarmente fieri, perché legato allo scarso senso civico e all’individualismo. Non ne voglio fare neppure una generalizzazione di carattere razziale o campanilista (ho parlato di annessione del Sud), né tantomeno dare un giudizio morale. Tuttavia se, a differenza dei francesi, non siamo il popolo delle rivoluzioni che mette il re alla ghigliottina, è la nostra ambivalenza di fronte ai poteri forti a volte a salvarci.




