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Referendum 2026: l’eterna lotta all’errore 400

Torno da una settimana a Valencia. Sabato sera, in ritardo, stanca, con la sensazione di aver esaurito tutte le energie disponibili fino al 2032.

 

Domenica mattina mi sveglio. Weekend del referendum.

 

Mia figlia, quattro anni, mi guarda e chiede: “Cosa facciamo oggi?”

 

“Andiamo a votare.”

 

“Mi ha detto la maestra che le donne non potevano votare ma solo fare le pulizie.”

 

Subito mi affretto a rispondere.

 

“Possiamo votare ora. E dobbiamo farlo. Vieni con noi?”

 

“Sì.”

 

E già qui, volendo, l’articolo potrebbe finire. Perché dentro questa conversazione c’è tutto: la memoria corta della storia, il rischio di tornare indietro senza accorgersene, e una bambina che accetta l’idea del voto come si accetta una cosa normale. Come dovrebbe essere.

 

Peccato che poi entri in scena la realtà.

 

Non ho la tessera elettorale. Mi sono trasferita da un anno e tre mesi e non è mai arrivata al nuovo indirizzo. Però scopro che dal sito del Comune si può scaricare un modulo sostitutivo, valido solo per domenica e lunedì. Perfetto. Sono le 10 del mattino.

 

Clicco.

Error 400.

 

Riprovo.

Error 400.

 

Devo scaricarlo anche per mio marito.

Error 400.

 

Poi per mia madre, che ha cambiato residenza sei mesi fa.

Error 400.

 

Per lei non posso farlo io: altro stato di famiglia. La chiamo. Cinquanta minuti solo per spiegarle come aprire l’app della CIE. Un tutorial intergenerazionale in tempo reale.

 

Mia figlia nel frattempo ascolta a metà, si annoia, si sdraia sul tappeto, poi torna: “Ma votiamo oggi o domani?”

 

“Vediamo.”

 

Arriviamo alla schermata giusta.

Error 400.

 

A quel punto le dico che passerò da lei nel pomeriggio.

Error 400 anche nella mia vita, ormai.

 

Riesco finalmente a entrare con il mio profilo. E lì succede qualcosa di meraviglioso, nel senso antropologico del termine: si apre il mio stato di famiglia.

 

Figlia. Marito – indicato come titolare. Titolare di cosa, esattamente? Della famiglia? Della situazione?

Dell’universo noto?

 

E poi io: moglie. Così, secco. Senza sfumature. Moglie.

Error 400, ma patriarcale.

 

Vado avanti. Accetta. Continua. Va bene. Conferma. Respira. Non urlare.

Ultima schermata.

Error 400.

 

Alla fine, ce la faccio. Sono le 17.

Scarico il mio. Poi quello di mio marito.

Poi vado da mia madre e rifacciamo tutto da capo, dal vivo, come nei tutorial analogici di una volta.

 

Problema successivo: chi li stampa, questi moduli, di domenica alle 17?

Risposta: nessuno.

 

Aspetto il vicino che torna dalla gita al lago, il mio messia con la stampante.

Ore 20:30: fogli stampati. Vittoria.

 

A quel punto abbiamo finito di cenare e dovrei fare il bagnetto a mia figlia, chiudere la giornata, archiviare il tutto sotto “tentativi falliti di cittadinanza attiva”.

 

E invece lei mi guarda e dice:

“Mamma, ci siamo dimenticate di votare.”


Giusto.


“Allora vuoi fare una cosa matta?” - Sì.

“Andiamo a votare adesso.”


Ore 21. Entriamo al seggio. Lei con noi. Le spieghiamo cosa stiamo facendo, perché lo facciamo.


Ci guarda seria, poi sorride:

“Abbiamo fatto una cosa matta e buona.”


E forse è questa la definizione più precisa di democrazia che ho sentito ultimamente.

Matta, perché complicata, storta, piena di errori di sistema.


Buona, perché nonostante tutto dobbiamo continuare a provarci.

“Brava, amore di mamma.”

© European Union, 1998 – 2026, Attribution, via Wikimedia Commons
© European Union, 1998 – 2026, Attribution, via Wikimedia Commons

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