Giorgia nel paese delle meraviglie
- Mario Bove

- 1 ora fa
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Siamo nel paese delle meraviglie. Qualora ce ne fosse il dubbio instillato da malpensanti e sobillatori, ora si può star certi. Nel variopinto carniere dei personaggi che abitano il dittico di Lewis Carroll, verrebbe spontaneo associare la prima ministra italiana, Giorgia Meloni, alla Regina di Cuori. Senza grandi sforzi di fantasia, la vediamo sbraitare a destra e a manca, saltellando buffa dall’alto di un trono dorato che ne smorza la bassa statura, e ordinare di tagliar teste a chi la dovesse contraddire, un po’ come si chiederebbe a un giardiniere di potare le rose per una composizione galante (e un po’ come è successo dopo il referendum costituzionale).

Il “premier time” andato in scena mercoledì fa pensare che a lei spetti invece il ruolo di Alice, un personaggio fatuo che, guidata dall’ingenuità dell’infanzia, si addentra in un mondo dove ogni figura grottesca è, in realtà, buona, candida, bonariamente furbetta, creativamente matta. In questo racconto, il paese è in crescita (nonostante la recessione), i lavoratori si sentono tutelati (anche se le industrie chiudono per delocalizzare come nella neonata vertenza Electrolux), la sicurezza è garantita dai decreti (ma fra devianza giovanile crescente e spedizioni punitive si può dubitare anche di questo).
Le opposizioni hanno snocciolato le diverse criticità del sistema paese. PIL di poco sopra lo zero – presagio della stagnazione alla fine del PNRR o, peggio, della stagflazione se combinata con l’effetto dell’inflazione –, l’acuirsi del rapporto deficit/PIL che ha fatto arretrare l’Italia dietro la Grecia nel ranking europeo del debito pubblico, lo sforamento del famoso vincolo del 3% di bilancio e il permanere nella procedura di infrazione con spese sotto controllo dell’UE, produzione industriale in affanno, costi dell’energia crescenti, difficoltà per i giovani, le famiglie, le imprese. La lista delle voci in rosso meritava una risposta concreta “prima che diventi un grave problema sociale”, per dirla con le parole di Calenda.
Al netto di un quadro economico internazionale particolarmente complesso aggravato dalle tensioni geopolitiche, la risposta della Presidentessa del Consiglio è stata una versione romanzata del paese e dell’azione di governo. I decreti che affrontano il caro energia col nucleare (cioè rimandano il tema di una decina d’anni) e bonus per le bollette, la questua internazionale di gas, i provvedimenti per il meridione.
Poi sostegni ai redditi bassi e al potere d’acquisto delle famiglie, rilancio della natalità e aiuti alle mamme, il famigerato piano case, l’incremento dell’occupazione, l’istituzione delle ZES (zone economiche speciali) al Sud che stanno fermando l’emorragia di giovani qualificati che emigrano dal meridione come un retino che può tappare una falla. Ogni provvedimento, è stato ribadito, segue la visione di far recuperare terreno alle fasce in difficoltà di questo paese e di aiutare l’imprenditoria sana.
Una narrazione che cede il passo davanti alla perdita del potere d’acquisto dei salari, ai ritardi dei fondi PNRR segnalati dalla Corte dei Conti o alla mancanza di riforme strutturali in tema di lavoro e infrastrutture, non lenisce la crisi del comparto sanitario, dei contratti con rinnovi non adeguati, del reimpiego di lavoratori over 50 a basso reddito, nessun rilancio delle rinnovabili o delle CER, ferme al palo, gli alloggi popolari da ristrutturare, rendere fruibili o costruire che sa molto di promessa elettorale. Restano insoluti anche alcuni dei punti più celebri come le accise sui carburanti (non ridotte) o l’età pensionabile (aumentata anziché essere ridotta).
Poi la perla dell’aumento della tassazione, certificata al 43%, imputata al maggiore numero di lavoratori che le versano tributi. La replica della premier è la dimostrazione involontaria che le politiche fiscali affondano i denti sui redditi dei dipendenti, anche quelli con un contratto “povero”, sul fiscal drag, poco in proporzione sull’evasione e sugli extraprofitti, mai su quel 5% dei ricchissimi che hanno ancora la residenza fiscale in Italia, sulle rendite immobiliari e finanziarie
Nota a margine. La sconfitta al referendum ha probabilmente convinto Meloni ad affrontare le Camere e la stampa più spesso. Lo ribadisce la stessa maggioranza pensando di fare cosa intelligente nel sottolinearlo. Magra consolazione ora che si intravede la fine della legislatura e il tutto avviene nell’atmosfera da campagna elettorale.



