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Finché elezione non ci separi

32 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min

La sopravvivenza politica di Trump e Netanyahu dipende dall’Iran.


Donald Trump e Benjamin Netanyahu siedono su poltrone nere e conversano all'interno dell'Israel Museum di Gerusalemme, circondati da arredi e installazioni di design in uno spazio luminoso - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:President_Trump%27s_Trip_Abroad_(34038976464).jpg
The White House from Washington, DC, Public domain, via Wikimedia Commons

Alla vigilia del voto per le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, si parla apertamente di una concreta possibilità di una nuova guerra tra Tel Aviv, Teheran e Washington. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, mentre nel Paese fatica a ottenere i seggi necessari alla Knesset per la formazione di un nuovo governo, continua a insistere affinché il presidente statunitense Donald Trump acconsenta a un attacco su vasta scala contro l’Iran, al fine di neutralizzare definitivamente il suo programma nucleare.

 

Le Forze di Difesa israeliane e l’esercito statunitense si stanno coordinando, in particolare tra i servizi di intelligence e l’aeronautica militare, per prepararsi a eventuali conseguenze in caso di un’escalation regionale. Gli Stati Uniti hanno anche avvertito i paesi del Golfo — impegnati in intense trattative diplomatiche con la Repubblica Islamica — di una potenziale campagna militare su larga scala e di prepararsi a eventuali rappresaglie iraniane. Una ripresa delle ostilità potrebbe spingere gli Houthi a intensificare gli attacchi contro l’Arabia Saudita e le rotte marittime del Mar Rosso, mentre Hezbollah e le milizie irachene sostenute dall’Iran potrebbero unirsi ai combattimenti, allargando ulteriormente il numero dei fronti in conflitto. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, alcuni mediatori del Qatar si sono recati in Iran per incontrare il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, con l’obiettivo di raggiungere un accordo tra Stati Uniti e Repubblica Islamica. Tuttavia, l’intesa appare estremamente complessa, e i preparativi militari in corso fanno presagire una volontà di sferrare un attacco.

 

Nel frattempo, negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump è alle prese con le elezioni di medio termine. Una possibile ripresa delle ostilità con la Repubblica Islamica troverebbe il sostegno politico di una parte consistente del suo elettorato, poiché il conflitto ha fatto aumentare vertiginosamente i prezzi della benzina, ha mantenuto elevata l’inflazione - nonostante un lieve calo - e, di conseguenza, ha ridotto gli indici di gradimento delle politiche del presidente.

 

Tuttavia, come riportato dal quotidiano The Atlantic, emergono malcontenti all’interno dell’amministrazione repubblicana. Secondo il giornale, il presidente statunitense sarebbe sempre più frustrato dai suoi collaboratori, anche perché il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva parlato di un’operazione militare di breve durata, mentre Trump ha promesso al suo elettorato — dopo essersi fatto eleggere con la promessa che non ci sarebbero state più guerre inutili — un conflitto la cui fine, al momento, non è prevedibile e potrebbe concludersi con un insuccesso.

 

Il Medio Oriente teme che la scelta di riprendere le ostilità sia dettata dalla necessità di salvaguardare la sopravvivenza politica sia dell’amministrazione Trump che di Benjamin Netanyahu. In questo scenario, l’unica via d’uscita sembra essere il perenne stato di guerra, piuttosto che la stabilizzazione della regione mediorientale.

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