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Europei brava gente? La sensazione di impotenza nei conflitti mediorientali

Alcune analisi della guerra in corso tra Stati Uniti, Iran e Israele partono prevalentemente dagli interessi europei, che osservano il conflitto da un contesto di pace relativa durato decenni. Chi invece vive in una condizione di guerra perenne — come gli attori direttamente coinvolti — ragiona con parametri diversi: per loro la “pace” non significa assenza di violenza, ma la capacità di capire e anticipare le azioni dell’avversario per prevenire il conflitto successivo.

Attacco alla sinagoga di Teheran - Traduzione della descrizione originale: Negli attacchi di questa mattina da parte degli Stati Uniti e del regime sionista, la sinagoga ebraica di Teheran, situata in una zona residenziale, è stata presa di mira. Il raid aereo ha distrutto la sinagoga e causato gravi danni alle abitazioni circostanti (Tasnim News Agency, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons)
Attacco alla sinagoga di Teheran - Traduzione della descrizione originale: Negli attacchi di questa mattina da parte degli Stati Uniti e del regime sionista, la sinagoga ebraica di Teheran, situata in una zona residenziale, è stata presa di mira. Il raid aereo ha distrutto la sinagoga e causato gravi danni alle abitazioni circostanti (Tasnim News Agency, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons)

Israele vive questa guerra come esistenziale. In logiche di questo tipo, l’uso della forza senza limiti diventa uno strumento accettato, anche se non condiviso. La domanda utile non è se sia “giusto”, ma se il nostro sguardo sia veicolato da pregiudizi o da un giudizio fondato sui fatti.


Gli Stati Uniti non agiscono per bontà, ma dimostrano che la disponibilità a impiegare armamenti massicci per infliggere danni ingenti serve a tenere in riga le società più pacificate e “imborghesite” come le nostre.


Dall’altra parte, iraniani e palestinesi oppongono una resistenza radicata in una storia collettiva profonda: contro una narrazione identitaria così forte non basta sconfiggere eserciti moderni, ma occorre spezzare la volontà di un popolo disposto a tutto pur di impedire all’avversario una vittoria definitiva. Qui emerge la divergenza strategica tra i due alleati.


Gli Stati Uniti possono permettersi di negoziare con l’Iran da una posizione di relativa flessibilità, perché il Medio Oriente resta per loro una regione lontana ma vitale per il controllo delle rotte energetiche. Israele, invece, sente la necessità di incutere un trauma storico talmente profondo da immobilizzare la controparte, perché solo così può ritardare il prossimo round. Se l’Iran sopravvive nella sua forma attuale, lo Stato ebraico dovrà prepararsi inevitabilmente alla guerra successiva.


Piaccia o no, si tratta di dinamiche umane che vanno al di là del bene e del male. L’Europa, priva oggi di una forte identità nazionale, fatica a concepire cosa significhi per altri popoli esistere come nazione in un ambiente ostile. Iraniani, israeliani e palestinesi lo sanno bene e, con tutta la brutalità che questo comporta, lo difendono.


La problematica subentra nel momento in cui si osservano le dinamiche cercando una morale o attraverso la morale: la prima permette di far interagire la pietà con la crudeltà che le guerre portano con sé; la seconda è un modo per riuscire a non essere trascinati dal dolore della guerra.


In Europa si tende a guardare il conflitto mediorientale con gli occhi dello spettatore della partita di calcio, portando l’aggressività latente nel Vecchio continente verso un conflitto che genera odio e martirio tra le future generazioni dei popoli della regione. Mentre il Medio Oriente scrive col sangue un’altra pagina di Storia, gli europei assistono nuovamente ai dolori della guerra sperando che la pace passi attraverso la giustizia, senza essere ancora riusciti a darle un significato universale.

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