Così parlò Giorgia
- Mario Bove

- 4 ore fa
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Ieri, 9 aprile, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato alle Camere durante l’informativa urgente richiesta dal Parlamento. Rispondendo alle sollecitazioni dell’opposizione, ha presentato lo stato attuale dell’azione di Governo. La prima occasione ufficiale davanti a senatori e deputati, dopo la bocciatura della riforma costituzionale e il conseguente repulisti interno, coincide con un drammatico scenario globale che, dall’est del Mediterraneo, agita sinistri segnali di guerra. Dalle sue parole sono emersi due mondi opposti, quello da lei descritto in numerosi foglietti con dei successi solo dichiarati, l’altro fatto di stagnazione economica, carovita, scontento generalizzato e risultati mancati.

La versione, già utilizzata a caldo, di “un’occasione persa” per rendere la giustizia italiana più vicina agli standard europei è la mossa d’apertura in entrambi gli interventi, uno alle 9.00 alla Camera, l’altro alle 13.00 in Senato. Una sequenza di giustificazioni, risultati, buoni propositi in risposta alle "bizzarre ricostruzioni” dell’opposizione, numerosi “io non scappo” e “noi siamo responsabili”. Su tutto il rifiuto fermo del giudizio di fallimento.
Proprio in tema giustizia, Meloni ha affermato di avere la coscienza tranquilla poiché la promessa di portare avanti la riforma è stata, a suo giudizio, soddisfatta nonostante la decisione degli italiani. L’auspicio è comunque di non disperdere l’intento di cambiare ciò che non va. Un argomento che va a braccetto con quello della sicurezza, l’ambito in cui fra decreto Caivano, disposizioni antirave e di restrizione delle proteste, la compagine governativa cala i suoi assi.
Non ci si poteva aspettare molto di diverso da un esecutivo che arranca fra tentativi di riforme incompiute, pezze rammendate sulle coperte bucate e corte delle manovre di bilancio, spese non ragionate dei fondi PNRR (inconcludenti sul piano degli interventi strutturali necessari per la nazione), i parametri economici ristretti da una endemica crescita zero aggravata dalle periodiche crisi internazionali. In questo scenario, inflazione ed erosione degli stipendi, sanità, lavoro e mobilità sud-nord mordono il corpo sociale con rabbia crescente.
Un quadro interno peggiorato dalle imbarazzanti alleanze estere con il fronte trumpiano, i tentativi di barcamenarsi fra potenze europee divise fra nuovi equilibri nell’UE e pericolose derive nazionaliste. Senza dimenticare gli onnipresenti interessi di partito e qualcosa che possa essere camuffato come difesa della nazione.
La crisi geopolitica innescata dal duo criminogeno USA-Israele ha certamente reso più complesso ogni barlume di strategia internazionale, ivi compreso il piano energetico. Anche qui la mancanza di incisività e visione ha costretto questo governo a ripensare al ribasso gli obiettivi di indipendenza energetica, il taglio delle emissioni e i meccanismi ETS (emission trading system), per impiccarsi ulteriormente al gas straniero, senza scartare a priori il suggerimento americano di riaprire i rubinetti russi e, ultima assurdità, estendere il ricorso al carbone al 2038. Un piano di arricchimento delle lobby fossili extra UE definito pragmatico in alternativa ad una transizione ecologica “ideologica”.
Se all’interno viene l’Italia viene rappresentata come una nazione protagonista negli intrecci diplomatici, con una prima ministra in viaggio per stringere accordi in nord Africa e nella penisola araba, di fatto l’immagine più emblematica resta quella del ministro Tajani in qualità di “osservatore” all’orrido banchetto del Board of Peace. Un piede dentro per non scontentare nessuno e magari raccattare delle briciole, un piede fuori per mantenere le apparenze costituzionali. Si sa, certi principi valgono “fino a un certo punto”. Eppure sono state rispedite al mittente le accuse di “turismo diplomatico” mosse dal campo progressista, descrivendo il suo ruolo come funzionale all’unità dell’“Occidente”. Mancava però di chiarire esattamente per quali pezzi di questo Occidente si lavori, giacché l’Italia dovrebbe impegnarsi principalmente per l’unità della casa europea, quella dove siamo condomini.
L’occasione di questa comunicazione era troppo ghiotta per quella che i commentatori hanno definito una sorta di apertura ufficiale della campagna elettorale della destra per le politiche 2027. Meloni ha sbandierato i presunti successi su occupazione, stabilità, sicurezza, interventi per il sud, secondo “responsabilità”. Ha anche fugato ogni ipotesi di rimpasti e tantomeno dimissioni, forte dell’essere il terzo governo (a breve il secondo) più longevo della storia repubblicana.
Fra i soliti sorrisi di scherno in replica ai commenti delle opposizioni, spallucce, smorfiette e le espressioni piccate, Meloni ha messo in scena (quasi) tutto l’armamentario da varietà al quale ha abituato, questa volta risparmiando il “gesto della tartaruga” con la testa ritratta nella giacca.
Lei non scappa, ci mette la faccia. Non scappa quando sa di non dover fronteggiare un vero contraddittorio, quando ha il microfono comodamente a portata di bocca, non ha domande scomode a cui rispondere. Negli altri casi non si presenta proprio al confronto, soprattutto con i giornalisti. Oramai è un modus operandi consolidato. Non scappa sicuramente dal governo. D’altro canto, perché arrischiarsi all’incognita delle urne quando si ha la certezza dei voti in parlamento?



