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Come non “ci abitueremo al clima caraibico”. Conseguenze economiche e sociali dell’inazione dell’Italia all’adattamento climatico

6 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Secondo il rapporto COM(2024) 91 della Commissione Europea, presentato al parlamento europeo nel 2024, l'Europa si riscalda a una velocità doppia rispetto alla media globale, e l’area mediterranea, con l’Italia al vertice, si riscalda più velocemente della media europea. Secondo gli attuali modelli si prevedono scenari per cui, da qui al 2090, possono esserci aumenti delle temperature fino a 4°C. La nostra collocazione geografica, unita a un territorio fragile, rende il nostro Paese straordinariamente esposto.

 

Manifestazione di Fridays for Future in una piazza italiana. I giovani sorreggono un grande striscione con la scritta verde e viola "DIFENDI IL PIANETA CAMBIA IL SISTEMA". Sullo sfondo un campanile - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:2019.09.27_-_Fridays_for_future_Parma-8_(48855381168).jpg
Città di Parma, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

D’altronde senza scomodare le previsioni si guardino i fatti. Nel 2024 gli italiani hanno vissuto in media 46 giorni di ondate di calore, di cui oltre due terzi non si sarebbero verificati senza il cambiamento climatico antropico. L’estate appena trascorsa del 2026 è stata la più calda nella storia italiana dal 1950. A ciò si aggiungono l'esplosione delle notti tropicali, il calo di precipitazioni di circa il 16% rispetto alla media storica, e la fusione accelerata dei ghiacciai alpini. Le precipitazioni tendono a concentrarsi in fenomeni brevi ed intensi alternati da lunghi periodi di siccità, con la conseguenza, secondo i dati del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, che l’erosione media dovuta al dissesto idrogeologico in Italia ha valori quadrupli rispetto alla media UE.

 

Il caldo in Italia uccide quasi quanto il Covid senza far notizia: nelle ultime tre estati l'Italia ha registrato oltre 50.000 decessi diretti legati all'eccesso di calore, detenendo il triste primato di un europeo su tre morto in Italia per impatto sanitario delle temperature estreme. Evidentemente, contrariamente all’idea del presidente del Senato La Russa, non “ci abitueremo al clima tropicale” così facilmente.

 

Il costo economico dell'inazione

 

L'inazione climatica diventa quindi un salasso economico, e l’Italia si trova già al vertice dei costi causati dai cambiamenti climatici, con una stima che nel 2023 è stata di 115€ a persona, valore che è doppio rispetto alla media europea ed in crescita esponenziale rispetto anche a solo il 2015 quando era sei volte di meno.

 

Secondo Deloitte l’Italia può arrivare a perdere dagli 11 ai 18 miliardi di euro di Pil a causa dell’inazione sul clima, da qui al 2050, e potrà scontare ancora più difficoltà nel rifinanziare il suo debito pubblico. A questi ritmi di crescita se non si agisce concretamente per attenuare il disastro climatico saranno la sanità, le infrastrutture, la tenuta socioeconomica del paese a crollare.

 

Al governo, autoincensatosi sostenitore di sicurezza e sovranità alimentare, è sfuggito che, a causa di siccità, alluvioni ed eventi estremi, l'agricoltura italiana ha già perso oltre il 5% del suo valore economico, dal 2019 al 2024. Con la maggior parte delle coste italiane destinate all'erosione o all'arretramento entro il 2050, anche il settore turistico rischia perdite miliardarie dirette se non si attueranno interventi di difesa della fascia costiera. Tali perdite, secondo il Centro Euro-Mediterraneo per i cambiamenti climatici, sono dell’ordine di 17 miliardi di euro, con un aumento di 2 gradi delle temperature medie italiane; che potrebbero diventare oltre 52 miliardi se le temperature aumentassero di 3-4 gradi.

 

Ideologia vs. Econometria: l'alibi dell'incertezza e le scelte del Governo

 

Il rapporto della Commissione Europea lo esplicita chiaramente: l'incertezza sull'evoluzione del cambiamento climatico non può più costituire un alibi all'inazione dei Governi.

 

Tuttavia, l'esecutivo italiano sembra continuare ad accarezzare posizioni eco-scettiche, trattando il clima come una battaglia ideologica piuttosto che come un fattore di rischio sistemico da incorporare nei modelli econometrici di sviluppo e investimento. L’Italia, infatti, mantiene una forte dipendenza energetica dai combustibili fossili (oltre 28 miliardi di euro all'anno in sussidi diretti e indiretti) e sconta una conversione estremamente lenta del parco circolante verso veicoli elettrici.

 

Ciò fa il paio con i continui ostacoli frapposti dal Governo alla direttiva europea sulle prestazioni energetiche nell'edilizia (la cosiddetta “direttiva case Green”), rischiano di bloccare o ritardare l'efficientamento energetico del vetusto patrimonio immobiliare, mantenendo alte le bollette e vulnerabili le abitazioni di fronte allo stress termico, e dimenticando che le abitazioni costituiscono la terza principale fonte di inquinamento in Europa, dopo trasporti ed industria.

 

Superare la gestione dell'emergenza

 

Uno dei passaggi chiave della strategia europea è la necessità imperativa di far uscire l'UE dalla sola logica gestionale dell'emergenza. I fondi di solidarietà europei per i danni climatici (come il Fondo di Solidarietà dell'UE e il Meccanismo di Protezione Civile) sono sottoposti a una pressione finanziaria senza precedenti e rischiano l'esaurimento. L'Europa chiede di superare quei meccanismi che finiscono per premiare indirettamente i Paesi che meno si attivano per promuovere strategie di prevenzione e assorbimento del rischio.

 

In Italia, invece, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) approvato nel 2023 soffre di un’impostazione debole: la stragrande maggioranza delle azioni proposte è giudicata a “basso impatto” (il 76% sono misure soft come studi e tavoli di lavoro) e manca una definizione chiara di risk governance, lasciando ruoli e responsabilità frammentati e confusi tra Governo centrale ed enti locali. La Commissione UE ha già messo nero su bianco che, proprio la mancanza di distribuzione di responsabilità sia il primo fattore di inazione.

 

La prevenzione come unica scelta razionale per la competitività

 

Interrogarsi oggi sull'esistenza o meno del cambiamento climatico non è un'opzione sensata sul tavolo della politica e dell'economia. I Governi e i Paesi UE sono chiamati ad agire subito. Ostacolare la transizione e la redistribuzione del rischio da danni climatici finirà per rendere le PMI italiane nettamente meno competitive rispetto alle concorrenti europee, questo perché i futuri finanziamenti e appalti pubblici europei integreranno in modo vincolante coefficienti di resilienza al cambiamento climatico. Le imprese non preparate rischiano l'esclusione dai mercati dell'UE.

 

I modelli econometrici hanno ampiamente dimostrato che il costo della previsione e riduzione del rischio è nettamente inferiore rispetto alla certezza dei danni derivanti da siccità, inondazioni, incendi, diffusione di malattie tropicali e mortalità da calore.

 

L'adattamento anticipatorio deve sottrarsi a scontri ideologici: poiché’ ridefinire lo sviluppo del paese incorporando politiche che mantengano variabili ecosistemiche nell’equazione, diventa quindi una scelta fondamentale di sana gestione finanziaria per garantire la tenuta economica, sociale e industriale dell'Italia. 

FONTI


 

Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) | Piattaforma Nazionale Adattamento Cambiamenti Climatici

 

"Case green", il Governo fa saltare il recepimento della direttiva | WWF Italia

 

Climate related economic losses | Indicators (all countries) | Europe's environment 2025 (EEA)

 

Turismo, Italia e i cambiamenti climatici - CMCC

 

Faster-than-average warming is costing Italy thousands of lives and billions of euros a year - Zero Carbon Analytics

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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