Caso Regeni, giustizia fino a un certo punto
“Verità per Giulio Regeni”. Una scritta nera su un fondo giallo, lapidaria, disarmante nella sua semplicità quanto enigmatica. La parola verità, in questa prima sentenza della Corte d’Assise pronunciata dopo dieci, si è fatta largo fra reticenze, depistaggi, ostacoli continui da parte del governo egiziano.

Ha un sapore amaro la sentenza che ha ricostruito ancora parzialmente i fatti e non ha trovato un colpevole per l’omicidio del ricercatore italiano. Il dispositivo della sentenza ha infatti condannato il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim alla pena di 10 anni per sequestro di persona, mentre il generale Tariq Sabir, principale indiziato per la morte del nostro giovane connazionale, è stato assolto.
Le motivazioni della sentenza verranno depositate fra 90 giorni. Si potrà quindi capire perché non esista un responsabile della morte del ragazzo, avvenuta dopo giorni di tortura. In un contesto normale, con la collaborazione dello Stato i cui funzionari si sono resi protagonisti di un delitto, sarebbe possibile reperire il domicilio dei suddetti, notificare ed eseguire le condanne. L’Egitto però, in questi dieci anni, si è sempre mostrato restio ad agevolare le indagini e a permettere alla giustizia italiana di gettare luce su quanto accaduto.
Puntuale arriva la dichiarazione del Ministro degli Esteri Tajani che, con precisione chirurgica, solleva lo Stato nordafricano dalle responsabilità, sottolineando comunque che si tratta ancora di sentenza di primo grado. Non sorprende una valutazione del genere da un politico secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. La stessa definizione dei contorni non viene però accordata a chi critica il governo Netanyahu e che, infatti, viene tacciato di antisemitismo. Ma questa è un’altra storia.
L’opposizione, indignata dopo un decennio di proteste e manifestazioni, chiede al Governo di prendere una posizione dura contro l’Egitto, giacché almeno il reato di sequestro è stato riconosciuto come commesso da militari organici alla macchina statale egiziana. Questo è nero su bianco. Con tutta probabilità, ciò non succederà sebbene le responsabilità siano evidenti. Lungo tutto l’iter giudiziario, l’Egitto ha mal tollerato la collaborazione con gli inquirenti italiani, rendendo le indagini lente e difficoltose.
La verità, dicevamo. Quella è scritta sul corpo martoriato di Giulio su cui risultano numerose sevizie. Una violenza inaudita. E questo è un fatto. La giustizia non è riuscita a ricostruire quella verità, per ora, anche grazie alla protezione accordata dallo Stato egiziano ai suoi militari.
Viene alla mente un’altra vicenda che vede opposti Italia ed Egitto, il caso di Nancy Guerra e di sua figlia, bloccate da mesi nel paese dei faraoni, ostaggi della legge e di un marito palesemente fuori controllo. Quanto pesano sul piatto della giustizia i delicati accordi commerciali e le relazioni politiche?




