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Ministero della “cultura”?

I finanziamenti pubblici dovrebbero sostenere – anche e soprattutto – opere che contribuiscono alla memoria collettiva e alla ricerca della verità, stimolando una riflessione e un dibattito collettivo su pezzi di storia del nostro Paese. Le recenti decisioni del Ministero della Cultura raccontano però una storia diversa, fatta di paradossi burocratici e priorità invertite. Da un lato, il documentario sulla tragedia di Giulio Regeni si è visto negare i fondi; dall'altro, la serie Netflix su Fabrizio Corona “Io sono notizia” ha beneficiato di circa 793mila euro tramite il meccanismo del tax credit.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Verit%C3%A0_per_Giulio_Regeni_-_Comune_di_Milano.jpg
Comune di Milano, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Il contrasto è talmente evidente che sembra quasi ridicolo: il caso Regeni è una ferita aperta della Repubblica Italiana, un simbolo della lotta per i diritti umani e della ricerca di giustizia contro l'impunità diplomatica; una produzione incentrata su Fabrizio Corona — figura che ha costruito la propria carriera sulla spettacolarizzazione del gossip e su controverse vicende giudiziarie — solleva interrogativi sulla natura del "valore culturale".

 

Dove risiede il problema? E quando si tratta di questioni così rilevanti, c’è davvero da basarsi su tecnicismi dell’opera e non nella sua sostanza?

 

Il documentario su Regeni paga per il suo rigore perché è un resoconto fedele e asciutto delle fasi processuali, privo di enfasi. Una scelta che però, nei meccanismi ministeriali, sembra aver pesato negativamente rispetto a prodotti più "cinematografici" o commercialmente aggressivi come quello su Corona. Questo squilibrio non è passato inosservato all'interno delle istituzioni, scatenando un terremoto politico: non appena la notizia dell’esclusione è diventata pubblica, due figure di peso hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta, ovvero il critico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti e il consulente editoriale Massimo Galimberti. I due esperti, membri di commissioni parallele (sceneggiature e opere prime), hanno appreso del taglio dai giornali e hanno reagito immediatamente.

 

Lo Stato – quello che se la prende con chi non condanna i delinquenti – sceglie di "co-firmare" il business di un personaggio condannato e discusso, ma volta le spalle a un'opera che, senza fronzoli, prova a fare luce su una ferita nazionale. La cultura, per questo esecutivo, sembra essere diventata un settore merceologico come un altro, dove chi urla di più ottiene i fondi e chi chiede giustizia viene trattato come un tecnicismo burocratico non idoneo.

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