7 Ottobre: il crollo della versione ufficiale e dell’apartheid
(English version below) A tre anni di distanza dal massacro, la tesi della "sorpresa assoluta" inizia a mostrare crepe insanabili, mettendo in dubbio la validità della legittima difesa. Fin dal primo giorno, la narrazione ufficiale pretendeva un'adesione acritica per evitare qualsiasi forma di dibattito. Oggi, le inchieste giornalistiche e i dati d'archivio dimostrano una verità scioccante: il governo israeliano, già al corrente di quanto sarebbe accaduto, avrebbe strumentalizzato le vittime del 7 ottobre nello stesso modo in cui la formula retorica del "Sì, ma Hamas…" è diventata carta bianca per un genocidio.

Le recenti rivelazioni di Haaretz confermano che Benjamin Netanyahu sapeva. I giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval hanno svelato nel libro Hostages: 843 Days of Abandonment che il Premier fu avvertito dieci giorni prima dell'attacco con una telefonata di 45 minuti dal presidente degli Emirati Arabi Uniti. Davanti all'imminente "terremoto" pianificato da Yahya Sinwar, Netanyahu scelse di ignorare l'allarme e di non informare i vertici militari, convinto di poter gestire politicamente la minaccia.
C’è da chiedersi se la necessità di permettere un bagno di sangue sui propri cittadini risponda anche a un vincolo teologico e dottrinale interno alla stessa tradizione religiosa. Nella legge della Halakhah, derivata dalla Torah, le guerre offensive o di espansione territoriale sono sottoposte a restrizioni severissime. Oggi, l'unica forma di azione militare considerata legittima e obbligatoria (Milchemet Mitzvah) è la pura difesa della popolazione di fronte a una minaccia immediata o l'intervento per salvare vite. Israele, quindi, non potrebbe mai essere il primo ad attaccare. Per la leadership israeliana, aggirare questo blocco dottrinale e giustificare un'operazione distruttiva di questa portata morale richiedeva una premessa precisa: l'attivazione immediata del principio di difesa esistenziale di fronte a un attacco esterno “a sorpresa”, per unificare la coscienza della collettività, israeliana e internazionale, sotto lo stato di necessità.
Il recente documentario NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor proiettato proprio in questi giorni nelle sale di tutta Europa, smonta ulteriormente la tesi dell'impreparazione. Documenti storici e filmati d’archivio provano che la sofisticatezza dell'intelligence israeliana è una struttura scientifica attiva fin dai primi del Novecento, capace di mappare ogni dinamica regionale nella sfera pubblica e privata di tutti i Palestinesi. Questa onniscienza tecnologica rende ancora più evidente l'assurdità del collasso difensivo di quella giornata. Attraverso le confessioni di 24 insider, la pellicola svela come il sistema di intelligenza artificiale Lavender aiuti i soldati a decidere bombardamenti a distanza, registrando il massacro dei civili come un danno collaterale (Naza) accettabile. In particolare, l'algoritmo "Where's Daddy" spiava i telefoni dei figli dei sospetti membri di Hamas al solo scopo di inviare un alert quando l'obiettivo rientrava a casa per poi sferrare un attacco aereo micidiale su tutto l’edificio.
Questa evidente spaccatura tra il livello d'intelligence e l'immobilità davanti all’invasione sanguinaria di Hamas solleva un interrogativo psicologico: come può la società israeliana accettare una simile cecità? Gabor Maté, medico e saggista ebreo che ha studiato gli effetti del trauma, spiega che l'anestesia empatica è una risposta psicologica precisa: quando la violenza intorno è cronica, la società attiva una rimozione di massa per continuare a funzionare. Proprio nello stesso documentario, le inquadrature notturne sui tetti di Tel Aviv mostrano una vita ordinaria che continua a scorrere: una rappresentazione visiva del muro psicologico, oltre che fisico, che permette a una società di andare avanti a pochi chilometri dalla distruzione di un altro popolo. Netanyahu ha sfruttato questa dissociazione cognitiva per salvarsi dalle sue stesse colpe. Davanti alle Nazioni Unite ha paragonato il 7 ottobre a «sedici 11 settembre». Evocare lo spettro del 9/11 serve a riattivare un trauma transnazionale, sospendere il giudizio sulla leadership e blindare il consenso alla distruzione totale di Gaza.
Nel frattempo, lo scenario sul campo ridefinisce le forze in gioco. Come analizzato in un recente approfondimento sulla piattaforma giornalistica Zeteo, oggi Hamas affronta una profonda spaccatura interna. Dopo aver dovuto fare i conti con l'annientamento della Striscia di Gaza e l'avvio forzato alla demilitarizzazione, il movimento si è diviso in due fazioni asimmetriche: da un lato, un'ala orientata alla pura sopravvivenza politica e civile, che vede il 7 ottobre come un disastro insensato e un errore strategico; dall'altro, una dirigenza oltranzista che rifiuta la resa e continua a considerare la lotta armata come l'unico pilastro per la liberazione.
Al di là dell'evoluzione stessa di Hamas, la narrazione securitaria su cui si reggeva l'occupazione è ormai priva di ogni fondamento. Come teorizzato dallo storico ebreo Ilan Pappé nel suo saggio Israel on the Brink (Israele sull’orlo del baratro) del 2025, la violenza sistematica e l'iper-militarizzazione non sono segni di stabilità, ma i colpi di coda brutali di un modello politico basato sull’esclusivismo etnico che sta esaurendo la sua stessa sostenibilità morale. La verità di Stato è crollata sotto il peso delle sue stesse menzogne, trascinando con sé lo scheletro del diritto internazionale. E quando una struttura coloniale implode dall'interno, la storia dimostra che, presto o tardi, anche il muro dell'apartheid è destinato a crollare.

October 7: The Collapse of the Official Version and Apartheid
Three years after the massacre, the “complete surprise” narrative is beginning to show irreparable cracks, casting doubt on the validity of the claim of self-defense. From day one, the official narrative demanded uncritical acceptance to prevent any form of debate. Today, journalistic investigations and archival data reveal a shocking truth: the Israeli government, already aware of what was about to happen, exploited the victims of October 7 in the same way that the rhetorical phrase “Yes, but Hamas…” has become a blank check for genocide.
Recent revelations by Haaretz confirm that Benjamin Netanyahu knew. Journalists Shlomi Eldar and Ruth Yuval revealed in their book Hostages: 843 Days of Abandonment that the prime minister was warned ten days before the attack in a 45-minute phone call from the president of the United Arab Emirates. Faced with the impending “earthquake” planned by Yahya Sinwar, Netanyahu chose to ignore the warning and not inform military leaders, convinced he could politically manage the threat.
One wonders whether the need to allow a bloodbath against one’s own citizens also stems from a theological and doctrinal constraint inherent in that religious tradition itself. In Halakha, derived from the Torah, wars of aggression or territorial expansion are subject to extremely strict restrictions. Today, the only form of military action considered legitimate and obligatory (Milchemet Mitzvah) is the pure defense of the population in the face of an immediate threat or intervention to save lives. Israel, therefore, could never be the first to attack. For the Israeli leadership, circumventing this doctrinal barrier and justifying a destructive operation of this moral magnitude required a specific premise: the immediate invocation of the principle of existential defense in the face of a “surprise” external attack, in order to unify the collective consciousness—both Israeli and international—under a state of necessity.
The recent documentary NAZA by Yuval Abraham and Rachel Szor, currently screening in theaters across Europe, further debunks the claim of unpreparedness. Historical documents and archival footage prove that Israeli intelligence is a sophisticated scientific apparatus that has been active since the early 20th century, capable of mapping every regional dynamic in the public and private spheres of all Palestinians. This technological omniscience makes the absurdity of that day’s defensive collapse even more evident. Through the confessions of 24 insiders, the film reveals how the “Lavender” artificial intelligence system helps soldiers decide on remote bombings, recording the massacre of civilians as acceptable collateral damage (Naza). In particular, the “Where’s Daddy” algorithm spied on the phones of the children of suspected Hamas members for the sole purpose of sending an alert when the target returned home, only to then launch a deadly airstrike on the entire building.
This glaring disconnect between the level of intelligence and the passivity in the face of Hamas’s bloody invasion raises a psychological question: How can Israeli society accept such blindness? Gabor Maté, a Jewish physician and essayist who has studied the effects of trauma, explains that “empathic anesthesia” is a specific psychological response: when violence in the surrounding environment is chronic, society activates a form of mass repression in order to continue functioning. In that very same documentary, nighttime shots of Tel Aviv’s rooftops show ordinary life continuing as usual: a visual representation of the psychological—as well as physical—wall that allows a society to carry on just a few kilometers away from the destruction of another people. Netanyahu has exploited this cognitive dissociation to shield himself from his own culpability. Speaking before the United Nations, he compared October 7 to “sixteen 9/11s.” Evoking the specter of 9/11 serves to reactivate a transnational trauma, suspend judgment on the leadership, and cement support for the total destruction of Gaza.
Meanwhile, the situation on the ground is reshaping the balance of power. As analyzed in a recent in-depth report on the Zeteo journalism platform, Hamas is currently facing a deep internal rift. After having to come to terms with the devastation of the Gaza Strip and the forced onset of demilitarization, the movement has split into two asymmetrical factions: on one side, a wing focused on pure political and civilian survival, which views October 7 as a senseless disaster and a strategic mistake; on the other, a hardline leadership that refuses to surrender and continues to view armed struggle as the sole pillar of liberation. Beyond the evolution of Hamas itself, the security narrative upon which the occupation was based is now completely without foundation. As theorized by the Jewish historian Ilan Pappé in his 2025 essay Israel on the Brink, systematic violence and hyper-militarization are not signs of stability, but the brutal death throes of a political model based on ethnic exclusivism that is exhausting its own moral sustainability. The state’s official narrative has collapsed under the weight of its own lies, dragging the skeleton of international law down with it. And when a colonial structure implodes from within, history shows that, sooner or later, even the apartheid wall is destined to fall.





