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Trump contro Maduro: prove di guerra nei Caraibi

Dopo che la presidenza Trump ha autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in Venezuela e ha autorizzato almeno quattordici attacchi su piccole imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico con l’accusa di essere azioni mirate contro i trafficanti di droga, la Casa Bianca sembra intenzionata a colpire le strutture militari per indebolire, se non fare cadere, il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro. 

U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist Seaman Jarrod Bury, Public domain, via Wikimedia Commons
U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist Seaman Jarrod Bury, Public domain, via Wikimedia Commons

Secondo quanto riportato dal Washington Post, le forze statunitensi nei Caraibi consistono al momento in otto navi da guerra della Marina, una nave per scopi speciali e un sottomarino a propulsione nucleare. Inoltre, il Pentagono ha anche fatto volare bombardieri B-52 come dimostrazione di forza nei confronti di Caracas, mentre la più grande portaerei della Marina degli Stati Uniti, la USS Gerald R. Ford, e cinque navi di scorta si stanno dirigendo verso le coste venezuelane.

 

Christopher Hernandez-Roy, senior fellow presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, ha dichiarato a Reuters che queste manovre sono probabilmente finalizzate «a spaventare il regime di Maduro e i generali che lo circondano, con la speranza che creino crepe».

 

Uno dei punti della campagna elettorale portata avanti dal presidente Donald Trump era legato all’annientamento dei cartelli della droga della regione. La stessa portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, ha affermato che il presidente americano «ha intrapreso un’azione senza precedenti per fermare la piaga del narcoterrorismo che ha provocato la morte inutile di americani innocenti».

 

Gli Stati Uniti stanno ripristinando e modernizzando l’ex base navale di Roosevelt Roads a Porto Rico e costruendo strutture negli aeroporti civili di Porto Rico e St. Croix nelle Isole Vergini americane, compatibili con la possibilità da parte dell’esercito americano di svolgere operazioni all’interno del Venezuela.

 

Nel frattempo, Nicolás Maduro ha inviato un messaggio al presidente russo Vladimir Putin, attraverso il ministro dei Trasporti venezuelano Ramón Velásquez, in cui avrebbe richiesto aiuto per rafforzare i sistemi di difesa aerea del Venezuela, riparare le attrezzature aeronautiche acquistate da Mosca e un aumento delle armi missilistiche per contrastare un attacco militare statunitense.


Il 21 ottobre la Duma di Stato – la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa – ha ratificato il Trattato tra Russia e Venezuela relativo al partenariato strategico tra i due paesi, riguardante una cooperazione maggiore in settori politici ed economici, tra cui l’energia, lo sfruttamento minerario, i trasporti e questioni riguardanti la sicurezza, la lotta al terrorismo e all’estremismo.

 

Il presidente Maduro ha rivolto le stesse richieste relative a un aumento degli aiuti militari anche a Iran e Cina. Allo stesso presidente cinese Xi Jinping, il suo omologo venezuelano ha proposto una cooperazione militare tra i due paesi per contrastare l’escalation statunitense nella regione.

 

Malgrado Donald Trump abbia dichiarato che non siano ancora state prese decisioni riguardo alla possibilità di attacchi all’interno del territorio venezuelano, fonti anonime hanno rivelato al Miami Herald che uno degli scopi principali è quello di decapitare la gerarchia del cartello della droga Cartel de los Soles, accusato di essere responsabile di esportare circa cinquecento tonnellate di cocaina all’anno in Europa e negli Stati Uniti.

 

Per aumentare la pressione nei confronti del presidente venezuelano, gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa di 50 milioni di dollari sulla testa di Maduro e 25 milioni per l’arresto di alcuni suoi luogotenenti, come il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, accusato di gestire le operazioni del cartello.


L’allerta internazionale continua a essere elevata e si teme che possa aumentare il disordine globale con operazioni belliche in America Latina, aprendo così un altro fronte di quella che Papa Francesco definì una «terza guerra mondiale a pezzi».

Fonti:
 

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