Sicurezza aerea, il fattore umano fa la differenza: prevenire gli errori per salvare vite
Articolo curato da Vincenzo Frauneder
La sicurezza aerea non dipende soltanto da aeromobili, manutenzione e tecnologia e questo ce lo dimostrano gli ultimi accadimenti nel mondo aeronautico come il volo FZ 1073 di FlyDubai e l’ultimo attentato all’aeroporto internazionale di Riad.

Nella cabina di pilotaggio sono decisive anche comunicazione, decisioni, gestione dello stress e collaborazione. Gli incidenti derivano spesso dall’interazione tra errori umani, condizioni operative, fatica, pressioni organizzative e difficoltà nel riconoscere situazioni anomale.
La cabina di pilotaggio è un sistema umano complesso, dove responsabilità, tempi stretti e molte informazioni richiedono coordinamento costante. La sicurezza non consiste nell’assenza assoluta di errori, ma nella capacità di prevenirli, intercettarli e limitarne gli effetti. Il Crew Resource Management (CRM) promuove comunicazione, assertività, leadership condivisa e consapevolezza situazionale; il Threat and Error Management (TEM) aiuta a riconoscere minacce ed errori prima che compromettano la sicurezza. Stress, sorpresa, startle effect e disorientamento possono incidere sulle prestazioni; un equipaggio che comunica apertamente può correggere più efficacemente gli errori.
Nel quadro EASA, l’operatore deve assicurare un assessment psicologico prima dell’attività di linea, per valutare l’idoneità rispetto al contesto lavorativo e ridurre i rischi operativi. La valutazione deve essere adeguata al lavoro, basata su strumenti validati, documentata e svolta o supervisionata da uno psicologo con competenze aeronautiche. Considera abilità cognitive, tratti di personalità, competenze operative e professionali e capacità sociali. In genere è effettuata entro i 24 mesi precedenti l’inizio del volo di linea; per gli operatori non complessi può essere sostituita da una valutazione interna condotta secondo principi analoghi.
L’assessment non è una diagnosi clinica: è una procedura di selezione e prevenzione che valuta il rapporto tra caratteristiche individuali e richieste del ruolo. La valutazione clinica, invece, è indicata quando emergono segnali di possibili disturbi e può coinvolgere professionisti qualificati e medici aeronautici. Confondere i due percorsi rischia di medicalizzare la selezione o, al contrario, di trascurare una condizione che richiede approfondimento.
Lo psicologo dell’aviazione, che opera in ambienti aeroportuali, analizza il lavoro reale e il contesto operativo, integra test e colloqui senza ridurre la persona a un punteggio e tutela validità, equità e riservatezza. Contribuisce inoltre alla formazione su stress, fatica, CRM, conflitti, resilienza e cultura della sicurezza, e ai programmi di supporto. La fiducia è essenziale: temere che chiedere aiuto comporti automaticamente la perdita della licenza può indurre a nascondere le difficoltà.
La riservatezza favorisce la richiesta tempestiva di aiuto, pur non essendo assoluta in presenza di un rischio grave. Occorrono quindi regole trasparenti su quali informazioni possano essere condivise e in quali circostanze, distinguendo tra difficoltà gestibili, necessità di supporto specialistico e temporanea incompatibilità con il volo.
La prevenzione non si esaurisce nell’assessment iniziale: richiede monitoraggio, formazione ricorrente, gestione della fatica, programmi di supporto accessibili, segnalazione degli eventi e attenzione ai fattori organizzativi. La sicurezza nasce dalla collaborazione tra piloti, psicologi, medici, istruttori e operatori, e dalla capacità del sistema di riconoscere le vulnerabilità e intervenire prima che un errore diventi un incidente.




