Se la sicurezza ci rende insicuri
- Mario Bove

- 4 giorni fa
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Risse quotidiane, rave, baby gang, droghe, coltelli, maranza, omicidi fra giovani e poi stupri, rapine, femminicidi, furti in casa, truffe, estorsioni… A sentire la narrazione di alcuni, la società in cui viviamo è simile a quella descritta dai reportage nelle zone di guerra. Verrebbe quasi da uscire armati e con giubbotto antiproiettile o, meglio, non mettere affatto il naso fuori dalle proprie abitazioni, blindate e chiuse con l’allarme collegato con la centrale delle forze dell’ordine.
Da anni il tema della sicurezza è il gigantesco cavallo di battaglia delle destre che galoppa a briglia sciolte, calpestando ogni tentativo di provvedimento che vada oltre le manette. Lo schema è rodato: accade un fatto di cronaca che ferisce l’opinione pubblica, ne scaturisce un dibattito molto basso, chiassoso, incoerente e per lo più urlato a colpi di slogan, partono i decreti, per nulla improvvisati, che vanno a colpire quel reato e qualcosa in più che già dava fastidio, inasprendo le pene già esistenti.
È successo dopo un rave party, i fatti di Caivano, oppure a valle delle numerose proteste dei collettivi ambientalisti che bloccavano brevi tratti stradali con poche persone, oppure con lo sgombero dei centri sociali durante le proteste pro-Pal, o contro i femminicidi dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin. Continue strette e azioni draconiane per riaffermare il principio della sicurezza, fra gli applausi dei cittadini spaventati da quello che leggono su (alcuni) giornali o che vedono in (alcune) tv, seguite dalle critiche dell’opposizione che, colta anch’essa dal delirio securitario, critica il governo di non fare abbastanza.
Si procede quindi a tentoni come in quel gioco in cui si vuole colpire con il martello la talpa che sbuca all’improvviso dal buco, senza sapere dove, come, quando e, soprattutto perché. La cura della sicurezza spesso non ha nulla di strutturale, di coerente se non la paura che si instilla prima e il restringimento di alcune libertà che, sull’onda di fatti di cronaca, vengono compresse. E se si guarda al metodo, si può essere indotti a pensare che l’obiettivo sia questo, giacché nulla o pochissimo si fa in tema di comprensione e prevenzione dei fenomeni violenti. Come chi somministri uno sciroppo calmante a chi venga colto da tosse persistente, senza poi eseguire ulteriori indagini, interessato unicamente a far svanire per un po’ il rumore che dà fastidio agli altri, mentre il problema persiste e peggiora.
Si arriva a Caivano, si accendono i riflettori, si costruiscono centri sportivi preclusi alle classi meno abbienti, ma non si agisce sulla radice della devianza sociale, si criminalizzano e criticano costantemente i minori ma non si ascoltano le voci del disagio, bollando i giovani come scansafatiche senza valori. Si avalla nei fatti un’economia che poggia sullo sfruttamento dei migranti, su contratti e affitti a nero, nulla si fa per l’integrazione e si finisce per trattare da criminali tutti gli stranieri che non riescano ad adattarsi nel breve periodo alla vita in questo paese.
Dopo una prima ondata di decreti sicurezza che ha scoraggiato il dissenso degli ambientalisti, ma anche degli operai licenziati o di cittadini comuni preoccupati di sollecitare il governo ad attivarsi in favore di popolazioni oppresse, arriva una nuova proposta a firma Piantedosi che, seguendo sempre la cronaca, inasprisce alcuni specifici fatti e reati con 60 norme divise fra un decreto legge e un disegno di legge. I grandi capitoli d’intervento sono l’argine alla delinquenza minorile, la tutela delle forze dell’ordine, ulteriori limiti per le proteste e per l’immigrazione.
Ma c’è della confusione nell’aria. Da un lato si sbandierano i successi come il calo di numerosi reati più gravi, fra cui gli omicidi, dall’altro si parla in termini drammatici dell’ordine pubblico. Se si festeggia la diminuzione del fenomeno degli sbarchi, si danno al contempo cifre ben diverse per proseguire la recita del copione delle destre mondiali che gridano all’“invasione”, alla “sostituzione etnica” o di una presunta “islamizzazione”. Si prospettano dunque nuove proposte che agiscono sull’immigrazione, per frenare i ricongiungimenti familiari, l’interdizione delle acque territoriali alle ONG che si occupano di salvare migranti alla deriva, la messa a regime del concetto di “paese terzo sicuro” per facilitare i rimpatri, in attesa che il modello Albania funzioni e non macini milioni a vuoto.
Arriva inoltre il sostegno alle forze dell’ordine, forse solo a parole visto il mancato ampliamento degli organici, un turnover molto basso e il perdurare di basse dotazioni finanziarie che non permettono una efficiente copertura di unità notturne. Si prevede uno scudo penale per agenti e semplici cittadini, che alleggerisca le posizioni in caso di difesa con armi. E se pure il governo si impegna per far quadrare il tutto, i criminali, soprattutto quelli stranieri, vengono scarcerati dai magistrati. Questa almeno la versione dei fatti più battuta in tempi di campagna referendaria per la separazione delle carriere dei togati.
La bozza è attualmente oggetto di numerose perplessità da parte di ampi pezzi della società civile, sebbene il ministro Piantedosi conti su una rapida approvazione nelle prossime settimane. Viene criticata come l’ennesima occasione per assecondare l’elettorato con l’inasprimento delle pene ma che avrà come effetto quello di minare il diritto al dissenso con fermi prolungati, perquisizioni, interdizioni, il parallelo provvedimento sull’equiparazione delle critiche a Israele e all’antisemitismo, senza rappresentare un deterrente per i reati più gravi (come non lo è stato l’introduzione dell’ergastolo per i femminicidi). Alla luce di alcuni commenti entusiasti fra i parlamentari della maggioranza per la deriva autoritaria degli Stati Uniti, allo slogan “si è più liberi se si è più sicuri” dovrebbe seguirne un altro forse ben più emblematico: “si è più sicuri se si è meno liberi”.






