Siamo tutti malati?
Ivan Illich e la medicalizzazione della vita.

Quando ogni fragilità diventa malattia, rischiamo di dimenticare che anche il dolore è vita. C'è stato un tempo in cui si poteva essere tristi senza essere depressi, timidi senza soffrire necessariamente di un disturbo, irrequieti senza avere subito una diagnosi. Si poteva invecchiare, avere paura, attraversare un lutto, dormire male per qualche notte. Erano esperienze della vita. Oggi abbiamo imparato, giustamente, a riconoscere sofferenze che un tempo venivano ignorate. La depressione esiste, i disturbi psicologici esistono, la prevenzione salva vite. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma proprio per questo possiamo porci una domanda più difficile: esiste il rischio di trasformare in malattia anche ciò che appartiene semplicemente alla condizione umana?
Negli anni Settanta Ivan Illich formulò una critica radicale alla società medicalizzata. In Nemesi medica sostenne che la medicina, quando oltrepassa il proprio compito di cura, può arrivare paradossalmente a sottrarre all'uomo la capacità di confrontarsi con il dolore, il limite, la vecchiaia e persino la morte. Non contestava semplicemente i medici. Contestava un sistema culturale nel quale una parte sempre maggiore dell'esistenza viene affidata agli specialisti. È una distinzione fondamentale.
La medicina cura la malattia. La medicalizzazione comincia quando impariamo a guardare noi stessi soprattutto attraverso categorie mediche. Il confine, naturalmente, non è semplice. Quando un valore biologico diventa un fattore di rischio? Quando una persona sana diventa una persona da sorvegliare? Quando la prevenzione smette di proteggerci e comincia a farci percepire come potenziali malati?
Non esiste una risposta valida per ogni caso. Ed è proprio questo il punto. Il rischio non sta nella prevenzione, ma nella trasformazione della salute da condizione da custodire a stato di continua sorveglianza. Nasce così un paradosso: più sappiamo sulla salute, più possiamo sentirci malati. Misuriamo il sonno, il peso, i passi, il battito, le calorie, la pressione, il colesterolo. Possiamo conoscere continuamente qualcosa del nostro corpo che fino a pochi decenni fa sarebbe rimasto silenzioso. È un progresso straordinario. Ma un dato non è ancora una persona. E soprattutto la vita non è la somma dei suoi parametri. La questione diventa ancora più evidente quando il linguaggio medico invade territori che medici non sono.
La tristezza diventa subito depressione. Un bambino vivace viene percepito immediatamente come problematico. Una relazione difficile diventa "tossica". Una persona egoista viene diagnosticata, magari da chi non possiede alcuna competenza clinica, come "narcisista". Abbiamo sostituito molte parole antiche con parole apparentemente scientifiche. E qualche volta, insieme alle vecchie parole, perdiamo anche qualcosa di essenziale: la capacità di distinguere tra sofferenza, fragilità, carattere, comportamento e malattia.
Non tutto ciò che ci fa soffrire è patologico. Esistono dolori che devono essere curati. Ma ne esistono altri che devono essere attraversati. Esistono disturbi che richiedono un professionista. Ma esistono anche fallimenti, paure, separazioni, solitudini e lutti che appartengono alla drammatica normalità dell'essere umani.
Una società che pretende di eliminare ogni dolore rischia di considerare anormale la vita stessa. Illich aveva intuito proprio questo pericolo: delegando completamente ad altri la gestione della nostra fragilità possiamo perdere progressivamente la capacità di abitarla. Forse dovremmo allora recuperare una parola che la nostra epoca sopporta sempre meno: limite.
Non tutto può essere guarito. Non tutto può essere controllato. Non tutto può essere prevenuto. E non tutto ciò che fa male è una malattia. Accettarlo non significa rinunciare alla medicina. Significa restituirle la sua grandezza, evitando di chiederle ciò che nessuna medicina potrà mai darci: una vita senza dolore, senza vecchiaia, senza perdita, senza morte.
Perché forse il problema non è soltanto quanto siamo sani. È capire se, nel tentativo di curare ogni cosa, stiamo ancora imparando a vivere.




