top of page

Il falso mito del lasciare andare

11 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

Viviamo in un'epoca che sembra avere una risposta pronta per quasi ogni forma di sofferenza. Hai perso qualcuno? Devi lasciarlo andare. Una relazione è finita? Devi voltare pagina. Hai fallito? Trasforma l'esperienza in un'opportunità di crescita. Continui a pensarci? Forse non hai ancora elaborato. Il messaggio, in fondo, è sempre lo stesso: il dolore va attraversato, possibilmente in fretta, e alla fine dobbiamo uscirne migliori di prima. Ma siamo sicuri che funzioni proprio così?


Illustrazione malinconica di una donna di spalle che osserva il tramonto dalla finestra in controluce.
Illustrazione di Viviana Laperchia

Una delle caratteristiche della nostra cultura è la difficoltà a tollerare ciò che non può essere risolto rapidamente, di conseguenza anche il dolore ha una data di scadenza. La sofferenza ci mette di fronte a qualcosa che non possiamo controllare, ottimizzare o accelerare, non abbiamo nessun potere immediato su ciò che ci investe. Non c’è modo di premere il tasto “avanti veloce” mentre stiamo soffrendo. Fallito quindi il tentativo di spegnere la sensazione, passiamo al piano B: cerchiamo un significato, una spiegazione, almeno una lezione.


"Cosa ti ha insegnato questa esperienza?" È una domanda che può essere preziosa, ma senza il giusto contesto può diventare anche una forma di pressione, perché non tutte le esperienze dolorose devono necessariamente insegnarci qualcosa: alcune semplicemente fanno male. Una perdita è una perdita. Una separazione può essere dolorosa. Un fallimento può lasciarci arrabbiati e delusi, e non è detto che dobbiamo immediatamente trasformare tutto questo in una versione migliore di noi stessi.


"Lascia andare" è diventata quasi una formula terapeutica. È un'espressione che può avere un significato profondo: smettere di combattere contro ciò che non possiamo modificare, accettare la fine di qualcosa, liberarsi da ciò che continua a tenerci ancorati a un passato o a una versione di noi che non esistono più. Il problema nasce quando diventa un imperativo: bisogna prestare molta attenzione se il "lasciare andare" diventa un compito da portare a termine, perché a quel punto può accadere qualcosa di paradossale: oltre al dolore originario, compare un secondo livello di sofferenza. Ovvero: non solo sto male, ma è perché, evidentemente, non sono ancora riuscito a smettere di stare male.


Peccato che il tempo della sofferenza non sia uguale per tutti, non esiste un momento corretto in cui una persona dovrebbe aver superato una separazione, un lutto, una delusione o un fallimento. Eppure, tendiamo a comportarci come se esistesse: dopo un certo periodo ci aspettiamo che la persona "reagisca", torni alla normalità, ricominci a uscire, a lavorare, a progettare. E quando questo non accade, siamo tentati di cercare immediatamente una spiegazione psicologica: forse è bloccata, forse non ha elaborato, forse deve lavorare su di sé. A volte sicuramente è così, ma altre volte una persona sta semplicemente attraversando il proprio dolore con i suoi tempi.


C'è un altro aspetto che merita attenzione, ovvero quando l’elaborazione diventa performance. Abbiamo trasformato praticamente qualsiasi esperienza umana in una forma di performance personale, quindi restate con me, vado a spiegarmi.


Non ci basta più attraversare una crisi: dobbiamo dimostrare di averne ricavato qualcosa. Non basta sopravvivere a una relazione finita: dovremmo uscirne più consapevoli. Non basta affrontare una difficoltà: dovremmo trasformarla in crescita. (E ovviamente documentare meticolosamente il tutto a mezzo social). È una narrazione apparentemente positiva, ma che rischia di aggiungere un ulteriore peso a chi sta già soffrendo, perché se ogni esperienza deve diventare una lezione, allora anche il dolore rischia di essere giudicato in base alla sua produttività.


Ricordate l’epidemia di straordinaria espressione artistica/ginnica/lavorativa e chi più ne ha più ne metta che riempì i nostri piccoli schermi durante le quarantene del periodo Covid? Ad un certo punto fu necessaria una contro-narrazione che in qualche modo restituisse a chi, nel bel mezzo di un trauma collettivo in realtà non si sentiva poi così ispirato a diventare il miglior pizzaiolo del quartiere o avviare una startup, il permesso di fare semplicemente la muffa sul divano. La narrazione rischia quindi di diventare un po’ questa: se il dolore non ti passa subito o se non lo trasformi nella risorsa che finanzierà la tua sfavillante nuova attività in tempi brevi, allora non ne hai diritto. Avversare questa visione significa che dovremmo rimanere indefinitamente ancorati al passato o a macerare nelle nostre sofferenze? Ovviamente no.


Lasciare andare è estremamente importante, accettare ciò che è accaduto può permetterci di smettere di consumare energie nel tentativo di cambiare ciò che non è più modificabile. Ma accettare non significa cancellare e andare avanti non significa necessariamente smettere di provare qualcosa. Le persone e le loro emozioni sono molto più complesse di quanto il “positive thinking” da social media voglia far credere. Possiamo continuare a sentire nostalgia per qualcuno che abbiamo scelto di lasciare. Possiamo sapere che una relazione era sbagliata e, contemporaneamente, soffrirne la fine. Possiamo aver compreso razionalmente qualcosa e non essere ancora pronti, emotivamente, a farcene una ragione.


La mente non procede sempre secondo la logica dei nostri propositi e forse dovremmo concederci la possibilità di una relazione diversa con ciò che abbiamo perduto. Alcune persone rimangono nella nostra storia anche quando non fanno più parte della nostra vita. Alcune esperienze continuano ad avere un significato senza per questo impedirci di andare avanti. La guarigione non consiste nel cancellare le tracce di ciò che ci ha fatto soffrire, quanto piuttosto nel poterle guardare senza che continuino a determinare ogni nostra scelta, e questo processo non ha necessariamente una scadenza: comprendere quel dolore, dargli uno spazio, distinguere ciò che deve essere lasciato andare da ciò che, semplicemente, va integrato nella propria storia, può richiedere un tempo molto diverso da persona a persona.


Teniamo a mente una cosa importante: il dolore mette a disagio gli altri, questo a livello sociale si traduce in negazione collettiva. La richiesta di eliminarlo in fretta non risponde all’esigenza di chi soffre, ma di chi non vuole esserne contaminato.


Impariamo a chiederci una cosa, visto che la società siamo noi: questo disagio che sento è davvero l’altruistico impulso ad aiutare qualcuno che soffre o piuttosto la mia paura di affrontare una situazione che richiede un investimento emotivo e per la quale non ho soluzioni? Quando avremo la risposta (sincera), allora sapremo se veramente è il caso di dire: “Lascia andare”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
Logo-nosfondo.png

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Logo-nosfondo.png

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Il magazine di filosofia.

Scopri pensieri, articoli e novità

  • Instagram
  • Facebook

© 2025 - La Bottega delle Filosofie è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Salerno - Reg. Num 2593/2024 - Direttore Responsabile Dario Luca Mattia - Direttore Editoriale Marco Antonio D'Aiutolo.

Produzione Riservata Copyright © La Bottega delle Filosofie
​

bottom of page