La restanza, il male e la cura alla partenza
- Elio Litti

- 11 ore fa
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Come ogni anno all’inizio dell'estate per le persone emigrate o “fuori sede” (come si suol dire perché suona meno drammatica come scelta), si ripete la ricerca all’ultimo sconto, del biglietto meno caro per tornare a casa.

Che il proprio luogo d’origine sia un piccolo borgo di montagna, o una città meridionale, puntuale si ripete questo processo gioiosamente doloroso e malinconico, fatto di compromessi, rinunce e riaperture, per taluni, di traumi mai totalmente cancellati, generati dal distacco psico-geografico con i propri luoghi d’origine.
Partire, per un tempo breve e ritornare alle abitudini ibernate nel tempo, ai luoghi un tempo abituali ed alle latitudini che sanno di casa; partire sapendo di dover poi ricompiere il viaggio all’inverso, subendone il doppio trauma. E ad ogni partenza si fa spazio nella mente l’idea del suo opposto, l’dea della restanza.
La restanza, secondo l’accademia della Crusca, trova la sua prima definizione nell’antropologo Calabrese Vito Teti, nel suo Pietre di pane. Un’antropologia del restare. Il concetto viene preso più volte negli ultimi anni, ma ha trovato la sua vera e propria affermazione nel 2017 quando la Treccani lo inserisce nei neologismi della lingua italiana.
La restanza è estremamente interessante poiché contrapponendosi al termine di partenza, identifica la scelta attiva e non subita, di voler restare. Non punta alla negazione delle difficoltà, le mancanze di coloro che decidono di rimanere nella loro terra d'origine, non vuole neanche farne una forma di negazione della possibilità di andarsene.
Non ostenta passatismo e visioni pascoliane da piccolo mondo antico, non rinnega il concetto di modernità e dinamicità, ma vuole partire dalle difficoltà e dei limiti di una vita posta a margini socio geografici, cercando di cambiare la narrazione, trasformando quello che può apparire come una forma di privazione, in qualcosa da cui ri-patire e ri-generare socializzazione e sviluppo umano.
La restanza non appartiene solo a chi sceglie di rimanere, è un concetto che si alimenta anche in coloro i quali non riesco a compere definitivamente questo passo.
In qualche modo anche chi parte cova in qualche misura l’idea di restanza, un piede nella nuova quotidianità lontana ed un altro in quell’altrove d’origine.
Urge tuttavia chiarire come la restanza si ponga in maniera molto più matura, profonda e forse anche traumatica rispetto all’edulcorazione del sud turistificato, globale e gentrificato che emerge sempre più dal post covid in poi.
No, la restanza non è soltanto meteorologia clemente, mamme premurose e tavolate imbandite, probabilmente in parte nasce dalla ritrovata consapevolezza che si possa anche lavorare dal sud seguendone i suoi ritmi lenti pur “fatturando” come se si stesse in ufficio a Milano.
Esiste in effetti, una componente di restanza derivante dall’emigrazione di ritorno, che cerca di unire i due mondi; tuttavia, esiste anche quella sensazione di appartenenza che non mira ad una semplice visione vacanziera ma che invece implica un concetto di partecipazione attiva alla dinamica del territorio, non una presepizzazione dei cliché del sud, ma una presa d’atto dei limiti.
Anziché una frugale presenza contingentata all'interno dei territori, la restanza degli anni 20’ si lega al concetto di resistenza: di resistenza geografica, di resistenza sociale, di resistenza all'abbandono. In questo senso, citando il Teti La restanza non è “né atto di debolezza né atto di coraggio, è un dato di fatto, una condizione. Può diventare un modo di essere, una vocazione, se vissuto senza sudditanza, senza soggezione, ma anche senza boria, senza compiacimento, senza angustie e chiusure, con un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. […] L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della restanza – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme.”



