Sanremo 2026: le Regine dal trono ancora occupato
- Samantha Leone

- 2 giorni fa
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Al Festival di Sanremo 2026 le donne erano ovunque. O almeno così sembrava. Nei monologhi, nelle ospitate, nelle conferenze stampa, nelle polemiche. Visibili, celebrate, fotografatissime.

Poi si guardano i numeri della gara. E no: le donne in competizione sono ancora meno degli uomini. La presenza è scenica, narrativa, simbolica. Ma quando si tratta di occupare stabilmente lo spazio della competizione – quello che assegna premi, classifiche, centralità artistica – la bilancia pende ancora dall’altra parte.
È il paradosso perfetto di questo Festival: grande esposizione femminile, rappresentanza reale ma ancora molto fragile.
Nel mio piccolo ho risposto così: una squadra tutta al femminile al Fantasanremo. Le Queen: Bambole di Pezza, Ditonellapiaga, Arisa, Elettra Lamborghini, Maria Antonietta. Un gioco, certo. Ma anche un modo per riequilibrare simbolicamente quello che il regolamento ancora non riequilibra.
Prima belle, poi brave
La liturgia è sempre quella. Le donne entrano in scena e sono “meravigliose”, “splendide”, “elegantissime”. Solo dopo, con calma, forse, “bravissime”. La competenza arriva in seconda battuta, come un sottotitolo. Anche quando si inciampa in un “ Dirige l’orchestra, il maestro…”, la correzione arriva come concessione progressista: “ah, giusto, maestra… Finalmente!”.
Applauso liberatorio. Ma poi lo sguardo resta quello di chi ha appena fatto uno sforzo linguistico olimpico e a ogni successivo annuncio lo sguardo resta dubbioso e la voce si fa interrogativa: “la…maestra?” come a dire “ma sei sicura o hai cambiato idea?”.
Perché il problema non è la parola in fondo. È l’abitudine mentale.
L’icona che non disturba
Poi c’è Laura Pausini. Carriera mostruosa, talento fuori discussione, presenza scenica che riempie l’Ariston e l’ego che riempie uno stadio. È la prova che una donna può diventare potere. Ma qui sta il punto più scomodo.
Perché Pausini è l’emblema di un successo femminile perfettamente integrato nel sistema. Donna forte, sì. Ma mai davvero disturbante. Mai conflittuale. Mai fuori spartito. È una figura borderline nel senso più interessante del termine: simbolo di emancipazione che però finisce per confermare un equilibrio antico. Un patriarcato elegante, pettinato bene, che non ha più bisogno di urlare perché sa includere – a patto che l’inclusione non cambi le regole del gioco.
Essere donna non basta a scardinare il meccanismo. A volte si può essere regina… e continuare a reggere la corona di qualcun altro.
Prima campionessa, ma soprattutto mamma
Invitate sul palco anche atlete olimpiche, medaglie al collo, anni di disciplina e record. E l’introduzione qual è? “Mamma d’oro”. Non campionessa. Non fuoriclasse. Non simbolo sportivo. Mamma.
Come se l’oro olimpico fosse un dettaglio tenero rispetto al vero titolo abilitante: la maternità. Come se per rendere digeribile il successo femminile servisse ricordare che, tranquilli, resta pur sempre accudente. Chissà quando sentiremo “papà d’oro” come prima definizione di un centometrista.
La donna come simbolo (mai come soggetto)
C’è stato anche il racconto pubblico di Bianca Balti, inevitabilmente ricondotto alla malattia. Tema enorme, personale, delicato. Ma la narrazione è sempre la stessa: guerriera, esempio, forza, resilienza. Mai semplicemente professionista. Mai individuo complesso. Le donne vengono trasformate in simboli con una rapidità impressionante. E i simboli sono comodi: ispirano, ma non contraddicono.
Intanto il tema del femminicidio trova spazio. All’una di notte dell’ultima serata. Quando le persone a casa sono stremate sul divano, con un occhio chiuso e uno aperto, e per tenersi sveglie tra un siparietto e l’altro si alzano, vanno a fare pipì, vanno a mangiarsi un dolce, si prendono un ricostituente. Un tema strutturale trattato come un’appendice. In quel momento era la tv che guardava noi, non il contrario.
“Dietro un grande uomo…”
In conferenza stampa le Bambole di Pezza si sentono dire che “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Il patriarcato in formato Bacio Perugina. Subito dopo, la rassicurazione: la parità ormai c’è, non esageriamo, su, non fate polemica. Traduzione: potete cantare, che altro volete?
Sul palco, qualche battuta sulla gelosia di Carlo Conti che consiglia alla “mogliettina” di non mettere dei jeans troppo succinti. Dieci minuti più tardi, l’intervento di Gino Cecchettin sulla gelosia tossica e la cultura del possesso. Due momenti sinceri, due registri opposti. Nessuno sembra notare la frattura. O forse sì, ma sono quasi le due di notte, chi ci fa più caso.
Empowerment a orario protetto
Questo Sanremo, alla fine, è stato pieno di donne. Ma la domanda vera è: chi detiene il senso del racconto? Chi decide quando si parla di violenza? Chi stabilisce il tono delle battute? Chi assegna le etichette?
Le Queen al Fantasanremo sono state il mio modo di rispondere: un gioco che diventa dichiarazione. Perché le donne non sono una categoria narrativa. Non sono una parentesi tematica. Non sono “mamme d’oro”, “muse”, “dietro”. Sono autrici, direttrici, tecniche, campionesse, manager. Sono soggetti politici, culturali, artistici.
L’ironia aiuta a non gridare. Ma il messaggio resta semplice: finché una donna dovrà essere prima bella, poi brava; prima rassicurante, poi autorevole; prima simbolo, poi persona; prima mamma, poi campionessa – il trono resterà occupato.
Le regine, intanto, sono pronte. Ora bisognerebbe solo cambiare il regno.



