Festival di Sanremo: la Finale
- Rita Salomone

- 3 giorni fa
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Si è conclusa la settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, consacrando agli annali la vittoria (abbastanza scontata) di Sal Da Vinci con il suo brano “Per sempre sì”.

Il sentore c’era già: il cantante partenopeo era reduce da standing ovation in sala e il ritornello è entrato prepotente nelle nostre teste anche grazie ai social sin dalla prima sera. Meritava lui la vittoria? Ogni anno ritorna la stessa domanda, ma la risposta non c’è. Sicuramente una buona fetta di pubblico lo ha premiato per la canzone “sanremese”, la melodia orecchiabile, lo stile pulito, la voce potente e perché la canzone parla di un amore per sempre, argomento gradito al pubblico di Rai1. D’altra parte, il fatto che sia napoletano e venga da un background vicino ai neomelodici (anche se di neomelodico non ha molto), ha fatto storcere il naso a molti.
Quando vince un napoletano, non si sa perché, molti ci tengono a dire che è una “vergogna”, come se ci si dovesse sempre giustificare nel voler portare un genere, discutibile ma inconfondibile, sul palco del Festival. Le stesse critiche toccarono Geolier in maniera più massiccia, due anni fa, travolto dai fischi in sala al termine della serata cover che ne decretò la vittoria, e vittima di vero e proprio bullismo da parte della sala stampa che non lo volle capire, consegnando di fatto la vittoria finale ad Angelina Mango. L’epilogo per Sal Da Vinci fortunatamente è stato diverso, dal momento che è stato apprezzato in maniera trasversale e le critiche sono per il momento rimaste confinate ai social.
Altra polemica è dovuta al fatto che la canzone porta un messaggio ostentatamente tradizionalista: l’amore, quello della famiglia formata da uomo e donna, frutto del patriarcato, consacrato davanti a Dio, quello per sempre, tanto caro al governo e a Carlo Conti. Inoltre, non credo che il messaggio di Sal Da Vinci sia quello di un amore malato come in molti credono, solo perché parla del per sempre insieme e di una vita che senza l’altra persona è priva di senso; il suo racconto è invece quello di una storia d’amore che ci si augura duri per sempre, nella quale non si devono necessariamente leggere dei messaggi negativi. Ricordiamoci che anche la canzone che ha vinto lo scorso anno, “Balorda nostalgia” di Olly contiene un passaggio che dice:
“Ma come te lo devo dire
Sta vita non è vita senza te
Ma chissà perché
Oh, sta vita non è vita senza te”
Mi pare che il messaggio sia simile ma nessuno abbia gridato al patriarcato, forse perché invece di un lampadato signore meridionale vestito da matrimonio si trattava di un ragazzone figo con la erre moscia.
E allora cosa dobbiamo dire a proposito del conduttore, che nella serata in cui ha invitato Gino Cecchettin per parlare di violenza contro le donne e di educazione sentimentale, ha detto in eurovisione alla moglie cosa può o non può indossare perché è geloso? Ecco, questo messaggio qui mi è sembrato ben più grave del “per sempre sì” di Sal Da Vinci.
Detto ciò, il Festival di quest’anno non ha brillato per novità e momenti memorabili. Pochi ospiti di livello, canzoni mediocri, la conduzione lentissima e poco convinta di Carlo Conti. Tuttavia, la finale ci ha riservato tre cose positive: la prima, la presenza di Frassica, che, anche se con pochi interventi, ha alleggerito e divertito un’atmosfera al limite della pesantezza. Poi sicuramente Giorgia Cardinaletti che è passata con disinvoltura dal TG1 della sera al palco dell’Ariston, mostrando grazia, preparazione, simpatia ed eleganza. Ultimo per ordine ma non per importanza, ci siamo liberati di Laura Pausini e del suo “grassie ragassi”, che personalmente mi era diventato indigesto già dopo i primi dieci minuti.
Per la prima volta quest’anno c’è stato il passaggio di testimone in diretta: l’anno prossimo il Festival sarà affidato a Stefano De Martino, ormai lanciatissimo, si dice perché gradito all’ambiente meloniano. A mio parere De Martino si merita questa possibilità, e un palco importante come quello sanremese gli sarà utile per mettersi alla prova e consacrarsi definitivamente come presentatore con la P maiuscola. Inoltre, erano anni che non si vedeva un presentatore così giovane, under quaranta (tra i presentatori recenti solo Fazio nella sua prima conduzione era più giovane). Con buona pace di chi vorrebbe ancora qualche matusalemme imbalsamato perché di esperienza. Certo, anche per le donne se ne parla l’anno prossimo, ma purtroppo il parterre delle presentatrici è molto più ridotto rispetto a quello maschile.
Qual è quindi l’eredità che ci portiamo dopo queste due interminabili edizioni a guida Carlo Conti? Tralasciando il livello musicale non proprio eccelso, i co-conduttori non all’altezza, un’ospite di livello internazionale come Alicia Keys lasciata a duettare con Ramazzotti, un aspetto positivo di cui si può ringraziare Conti è l’aver sottratto spettacolo (amplificato all’ennesima potenza sotto la gestione Amadeus) per dare più spazio alla musica, grazie (?) all’assenza di gossip, di polemiche e di inventiva. Queste due edizioni contiane hanno peccato non solo per la qualità, ma anche per la varietà degli artisti, degli stili e delle tematiche portate sul palco.
Ecco cosa si potrebbe chiedere a Stefano De Martino il prossimo anno: lasciare al centro la musica, magari riducendo il numero di canzoni e consentendo al pubblico di apprezzarle di più, strizzare meno l’occhio al governo e aprire di nuovo ai diversi generi musicali presenti sul mercato. In ogni caso l’anno prossimo probabilmente, spinti dalla curiosità, seguiremo il festival con uno spirito nuovo, con più energie, più slancio, sperando di non addormentarci alla terza esibizione.



