Referendum sul nucleare, parte III?
- Daniela Loffredo

- 8 ore fa
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Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, è intervenuto al festival dell’economia di Trento sul tema energetico e, parlando della necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento per rimediare alle storiche dipendenze estere, ha affermato che il governo andrà avanti sul nucleare e che «inevitabilmente ci sarà un referendum». Ora, considerando che i cittadini italiani si sono già espressi per due volte contro l'atomo, nei celebri referendum abrogativi del 1987, all'indomani del disastro di Chernobyl, e poi nuovamente nel 2011 con un plebiscito che ha respinto i piani di ritorno all'energia nucleare, questa provocazione riguardo a una terza consultazione popolare, si innesta in un quadro normativo estremamente fragile. La vera urgenza risiede infatti in una radicale semplificazione amministrativa e in interventi che permettano alle infrastrutture green di sbloccarsi prima che il treno della transizione ecologica europea sia definitivamente perso.

La marcia dell’Italia verso le fonti rinnovabili è fatta di difficoltà e paralisi a causa di una burocrazia asfissiante e da profonde spaccature regionali che mettono a rischio gli impegni europei per il 2030. Secondo l'ultimo rapporto “Renewable thinking 2025” il Paese ha valorizzato appena il 46,4% del suo potenziale di energia pulita e, di questo passo, l'obiettivo di coprire il 63,4% del fabbisogno elettrico con le rinnovabili entro la fine del decennio resterà un miraggio. A frenare lo sviluppo non sono i fattori climatici, bensì le solite lungaggini legate al sistema Italia: una giungla autorizzativa infinita che scoraggia gli investimenti privati, un perenne cortocircuito normativo tra Stato e Regioni sulla definizione delle aree idonee e una forte incoerenza delle politiche pubbliche, con continui cambi di rotta che azzerano la programmazione a lungo termine delle imprese. I dati vedono un’Italia a due velocità dove territori virtuosi come Puglia, Lazio, Campania e Basilicata superano la soglia del 50% del potenziale sfruttato, mentre realtà cruciali come Toscana, Liguria, Sicilia e Sardegna rimangono fortemente indietro, creando una nuova e pericolosa forma di disuguaglianza socio-economica legata ai costi energetici.
Insomma, la transizione ecologica viene spesso raccontata dalla politica come un costo insostenibile, ma questo report dimostra l'esatto contrario: il vero lusso che non possiamo permetterci è l'immobilismo perché la paralisi burocratica favorisce il mantenimento dello status quo, legando l'Italia alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili e accentuando i divari interni. Per sbloccare la situazione non servono altre battaglie ideologiche, ma una radicale semplificazione amministrativa e una regia nazionale ferma e coerente.



