Referendum costituzionale: quel no che aiuta a crescere
- Mario Bove

- 13 ore fa
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Sono ben sette gli articoli della Costituzione italiana che vengono modificati dalla “riforma della giustizia” Nordio. Grazie alla decisione della Cassazione, che ha accolto il ricorso del comitato dei 15 giuristi promotori della racconta delle 500.000 firme, il nuovo testo del quesito referendario sarà più chiaro, almeno su questo punto “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?”. Il 22 e 23 marzo, con un tratto di penna, sarà possibile salvare l’integrità di questi articoli o sacrificarli per il mercato della politica come fu per il titolo V.
Per molti è solo una proverbiale questione di lana caprina, per altri un passo verso la salvaguardia della Costituzione, per altri ancora la possibilità per far esprimere ai cittadini un voto consapevole. Questa consapevolezza però è messa a serio rischio da una campagna referendaria avvelenata che si gioca con gli strumenti della disinformazione, dell’emotività e delle fake news che minano la discussione sul merito del provvedimento.
Dalla propaganda per il Sì, il significato profondo di questa riforma è un intento punitivo e persecutorio nei confronti della magistratura, rea di non assecondare i disegni di governo e maggioranza politica in materia di immigrazione, sicurezza, ordine pubblico, infrastrutture. Ogni occasione viene presa, spesso grottescamente, come spunto per aizzare i cittadini contro i magistrati. Lo è stato per la vicenda della “famiglia nel bosco”, dove i “magistrati si sono accaniti contro un nucleo familiare” oppure per il caso dei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sul suolo albanese al grido di “noi li cacciamo, la magistratura li fa tornare”. Ci sono poi i magistrati “vicini alle frange estreme” che hanno deciso di non procedere contro i violenti della manifestazione a favore del centro Askatasuna a Torino, imputandoli “solo” di resistenza a pubblico ufficiale e concorso in lesioni anziché del “tentato omicidio” sentenziato dal governo. Questi giudici, sempre secondo questa narrazione, possono essere fermati con il Sì alla riforma della giustizia o, forse sarebbe più corretto dire, della magistratura.
Gli esempi potrebbero proseguire dato che l’approssimarsi della data e il nervosismo della maggioranza rendono questa campagna sempre più diseducativa e disgregante nei confronti delle istituzioni tutte. Si compiono semplificazioni che poco giovano al senso di attaccamento a parti dello Stato, in particolare svilendo il lavoro di quei giudici che vengono puntualmente delegittimati dai tempi di Mani Pulite quando formulano sentenze non favorevoli ad alcuni politici.
Questa atmosfera di ostilità nei confronti della magistratura si respira nelle pesanti parole dello stesso Ministro della Giustizia Nordio quando, in un ingenuo slancio di sincerità, rivolge un consiglio pieno di paternalismo alla Schlein, suggerendo che questa riforma servirà anche “a loro” (l’attuale opposizione) quando dovessero trovarsi al governo, proseguendo con l’ammissione che questi provvedimenti non risolvono i problemi della Giustizia, in primis la lunghezza dei processi.
Ci sono tanti obiettivi dichiarati da questa riforma. Uno è quello di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, sottolineato dalla nascita di due distinti organi di autogoverno corrispondenti. Questo spezzerebbe la presunta alleanza fra giudici e pm, realizzando un giusto processo, perché le parti non condividerebbero più l’ambiente di formazione e carriera. Peccato che la separazione, di fatto, esista già nella pratica e che eventuali “vicinanze” fra giudici e pm siano da ricercare altrove.
Si vuole agire anche sulle correnti, aggregazioni che pongono l’accento su aspetti diversi del diritto e che i critici fanno risalire alle appartenenze politiche. Il correntismo, che è l’origine di teorie quali la “persecuzione giudiziaria dei politici” o “i giudici che fanno politica”, verrebbe scongiurato con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, uno per i magistrati giudicanti, l’altro per i requirenti, composti tramite il sorteggio e non più per elezione. In particolare, i membri togati vengono eletti fra tutti i magistrati dei due gruppi (giudici e pubblici ministeri) e non più eletti fra pari, mentre i membri laici, professori universitari di diritto e avvocati con oltre 15 anni di esperienza con la riforma sono scelti pescando da una rosa di nominati dai parlamentari.
Allo sdoppiamento e ricomposizione dei CSM segue inoltre la creazione di un’Alta Corte Disciplinare che assume il potere di disciplina dei magistrati. Il peso della politica sulla magistratura può esprimersi ulteriormente, essendo presente anche qui una componente di nominati dal Parlamento. Inoltre, la possibilità di ricorso in secondo grado alle decisioni disciplinari dell’Alta Corte sarà possibile solo davanti all’Alta Corte stessa, sebbene in composizione diversa rispetto a quella che ha emanato la prima sentenza. Il sorteggio non assicura la disgregazione delle correnti, pronte eventualmente a riconfigurarsi dopo le elezioni, e favorisce la spartizione politica dei membri laici secondo la logica del “manuale Cencelli”.
Larghissima parte della magistratura e degli addetti ai lavori si è schierata contro questa riforma. I timori del governo si sono più volte palesati anche nella scelta delle date che ha anticipato il ricorso di coloro che hanno proposto la raccolta firme popolare. Fra slogan emotivi, tanta confusione su una materia “tecnica”, false promesse di miglioramento del settore e cittadini arrabbiati. E come spesso accade il senso della democrazia sparisce dietro un polverone.
Il No richiesto dai comitati a difesa della Costituzione viene visto come un argine alle mire di chi, dopo l’eliminazione del reato di abuso d’ufficio e il depotenziamento della Corte dei Conti, vuole portare uno squilibrio fra i poteri dello stato a vantaggio dell’esecutivo e di una politica alla disperata ricerca di onnipotenza. Un No che viene chiesto per far crescere, nuovamente, democrazia, consapevolezza dei cittadini e mantenere l’indipendenza della magistratura che, è bene ricordarlo, non inventa le leggi ma si limita ad applicarle adattandole ai casi specifici. E se a scarcerare dei delinquenti fossero esattamente delle leggi scritte male dal Parlamento o che siano entrate in conflitto dopo qualche tratto di penna della solita “manina” mossa da altri interessi?





