Inaudita altera parte
- Daniela Loffredo

- 3 giorni fa
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Dalla compressione dei tempi referendari agli attacchi ai giudici: la riforma della giustizia decisa senza ascoltare nessuno.
Il 18 novembre la Corte di Cassazione ha accolto con un’ordinanza le quattro richieste di referendum sulla riforma costituzionale della giustizia – approvata dal Senato il 30 ottobre – che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. La Costituzione non prevede un automatismo referendario, ma quando una legge costituzionale non è approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi, si apre una “finestra temporale” entro la quale il referendum può essere richiesto. Due richieste erano state presentate da deputati e senatori dei partiti della maggioranza, e altre due da deputati e senatori dei partiti all’opposizione ed intanto, dal 22 dicembre è partita una campagna di raccolta firme per il referendum, per la quale proprio ieri è stato raggiunto il quorum di cinquecentomila firme. L’art. 138 della Costituzione, al secondo comma, stabilisce che le leggi siano sottoposte a referendum quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Allo stesso tempo l’art. 15 della L. 352/70 dispone che il referendum sia indetto entro sessanta giorni dalla comunicazione dell'ordinanza di ammissione. Il termine di 3 mesi deve decorrere interamente, prima che il Governo decida la data referendaria, e questo termine scade il 30 gennaio.
Tuttavia, il 12 gennaio 2026, il Consiglio dei Ministri ha fissato la data del referendum per il 22 e 23 marzo, rompendo una prassi costituzionale consolidata e attentando al diritto dei cittadini di partecipare pienamente e consapevolmente ad uno strumento che è di democrazia diretta. Il Comitato promotore con il raggiungimento delle cinquecentomila firme, potrà, infatti, depositare il quesito e acquisire una serie di diritti nella campagna referendaria, come l’accesso ai rimborsi elettorali e gli spazi televisivi in base alla par condicio. Inoltre diventerà un soggetto costituzionalmente tutelato, capace di rappresentare in giudizio gli interessi degli elettori. Interesse che, a quanto pare, non sta a cuore al Governo neanche quando si tratta di modificare la Carta Costituzionale, posta a garanzia del popolo e che rappresenta la sua identità. Ma il tentato ostruzionismo sulla raccolta delle firme non è l’unico comportamento manipolatorio che sta attuando la premier.
Durante la conferenza stampa di inizio anno in corso nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera, sul tema della sicurezza, Giorgia Meloni dichiara che bisogna che tutti lavorino nella stessa direzione: “Significa che lo deve fare il Governo, significa che lo devono fare le forze di polizia, significa che lo deve fare anche la magistratura” e l’anello debole, sarebbe la magistratura. Da qui, “Ricordo il caso dell’Imam di Torino: la polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con gli jihadisti; il ministro Piantedosi ne dispone l’espulsione, e l’espulsione viene bloccata (…) Come si fa a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?”. In uno Stato di diritto, però la pericolosità di un soggetto deve essere valutata in concreto e attualmente, non su presunzioni. La premier manipola i fatti facendo passare il messaggio per cui grazie alla riforma, grazie al duro lavoro del governo, in Italia i processi saranno più veloci, non esisteranno mai più errori giudiziari e le falle del sistema giustizia spariranno. E lo fa anche zittendo chi si oppone e impedendo ai cittadini di compiere una scelta informata e consapevole.
La partita sul referendum della giustizia non può risolversi in una corsa contro il tempo per silenziare il dissenso. Se l’obiettivo è davvero quello di rendere i processi più veloci e il sistema più efficiente, non si può prescindere da una scelta informata da parte del corpo elettorale. Trattare la Costituzione come un ostacolo e i cittadini come spettatori passivi significa tradire l’identità stessa della nostra Carta. Il rischio è che, volendo procedere "senza ascoltare l'altra parte", si finisca per riformare la giustizia svuotando la democrazia.






