Quando tutto diventa una patologia
Foucault, la società terapeutica e la scomparsa della responsabilità
Nel precedente articolo ci eravamo lasciati con una domanda: chi decide, oggi, che cosa è normale?
Michel Foucault ha dedicato gran parte della sua ricerca proprio al confine tra normalità e anormalità. La sua riflessione, da Storia della follia a Sorvegliare e punire, contiene un'intuizione ancora inquietante: una società non si limita a scoprire ciò che è normale, contribuisce anche a definirlo attraverso istituzioni e saperi.
Per Foucault, istituzioni e saperi sono anche luoghi nei quali l'uomo viene osservato, classificato e confrontato con una norma.

Una diagnosi per ogni cosa
Abbiamo compiuto progressi enormi nella comprensione della sofferenza psichica. Depressione, disturbi dell'apprendimento, dipendenze e traumi non vengono più liquidati come debolezza, pigrizia o cattivo carattere. È una conquista.
Ma siamo sicuri che il pendolo non stia andando troppo lontano?
Sempre più spesso utilizziamo il vocabolario della psicologia e della medicina per descrivere anche la normale fatica di vivere. Una relazione difficile diventa «tossica». Una persona egoista diventa «narcisista».
Una tristezza viene letta come depressione. La difficoltà ad accettare una regola cerca subito una spiegazione psicologica.
Parole antiche e semplicissime sembrano non bastare più: maleducazione, arroganza, egoismo, prepotenza, irresponsabilità.
Non tutto è malattia. E non tutto ciò che ci fa soffrire deve necessariamente esserlo.
Il bullo è soltanto una vittima?
Pensiamo al bullismo. Dietro un ragazzo violento possono esserci sofferenza familiare, emarginazione, disturbi del comportamento, modelli educativi sbagliati. Comprenderli è indispensabile.
Ma c'è anche un altro ragazzo: quello umiliato, picchiato, deriso.
Se tutta l'attenzione si concentra sulle cause che hanno prodotto il comportamento del bullo, rischiamo di rendere invisibile chi lo ha subito. Il bullo può essere a sua volta una persona ferita, ma rimane responsabile, nella misura consentita dall'età e dalle sue condizioni, delle proprie azioni.
Comprendere non significa assolvere. Altrimenti ogni carnefice potrà essere raccontato soltanto attraverso ciò che ha subito, fino a farci dimenticare ciò che ha fatto.
Dalla colpa alla diagnosi
La nostra società sembra spostare alcuni comportamenti dal territorio dell'etica a quello della terapia. Non chiediamo più soltanto: «Che cosa hai fatto?». Domandiamo: «Che cosa ti è successo perché tu facessi questo?». Sono entrambe domande necessarie. Ma non sono la stessa domanda. La prima chiama in causa la responsabilità, la seconda cerca una causa.
Se ogni comportamento viene spiegato soltanto attraverso traumi, ambiente, educazione, condizioni sociali o meccanismi psicologici, incontriamo una questione inevitabile: dove finisce il condizionamento e dove comincia la libertà?
Se sono soltanto il prodotto di ciò che mi è accaduto, quando divento responsabile di ciò che faccio agli altri?
Il potere di definire
C'è poi una questione ancora più foucaultiana. Definire qualcosa come patologico non è un atto neutro.
Una diagnosi può liberare dal senso di colpa, dare un nome alla sofferenza e permettere di curarla. Ma può anche trasformarsi in identità: non ho una difficoltà, sono la mia diagnosi.
E moltiplicando classificazioni e definizioni aumenta anche il potere di chi stabilisce il confine tra normale e patologico. Foucault ci costringe allora a chiedere: chi stabilisce la norma?
Il diritto di essere imperfetti
Forse dovremmo recuperare anche il diritto di essere semplicemente umani: essere tristi senza essere necessariamente depressi, inquieti senza avere necessariamente un disturbo, sbagliare senza trasformare ogni errore in una sindrome.
E qualche volta essere anche maleducati, egoisti o prepotenti senza cercare immediatamente una diagnosi che renda quelle parole impronunciabili.
Perché esiste una differenza fondamentale tra curare una malattia e medicalizzare l'esistenza.
La prima è una conquista. La seconda può diventare una nuova forma di dipendenza.
Una società che trasforma ogni sofferenza in patologia rischia di dimenticare che sofferenza, limite, frustrazione e conflitto appartengono anche alla condizione umana. E soprattutto rischia di dimenticare una parola senza la quale nessuna libertà può esistere: responsabilità.
Ma la patologizzazione non riguarda soltanto la psiche. Sempre più aspetti della nostra esistenza entrano nel territorio della medicina, della prevenzione, del rischio, dei parametri da controllare.
Quando la cura smette di occuparsi soltanto della malattia e comincia a definire il modo in cui dobbiamo vivere, nasce un'altra domanda: stiamo diventando più sani o stiamo diventando tutti pazienti? È da qui che continueremo.



