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Poesia e coscienza critica. Contro la riduzione algoritmica del linguaggio

Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio è sempre meno uno spazio di pensiero e sempre più uno strumento di prestazione. Le parole servono a convincere, vendere, orientare, polarizzare. Devono essere rapide, efficaci, misurabili. In questo scenario, la poesia appare superflua, inutile, fuori tempo; proprio per questo, però, può diventare una forma di resistenza.


Se la coscienza critica è la capacità di vedere le cornici che organizzano il nostro modo di pensare, allora il linguaggio è uno dei suoi campi di battaglia principali. Non esiste pensiero critico senza una lotta sulle parole. Chi controlla il linguaggio, controlla ciò che appare dicibile, pensabile, legittimo.


Oggi il linguaggio dominante è sempre più addestrato. Gli algoritmi premiano ciò che è semplice, emotivamente prevedibile, immediatamente reattivo. La comunicazione diventa un flusso ottimizzato, dove la complessità è un difetto e il silenzio un errore. In questo contesto, la poesia non persuade, non spiega, non ottimizza: interrompe.


Questo addestramento del linguaggio non è separabile dai processi che delegano decisioni cruciali a sistemi automatici e impersonali. Gli stessi meccanismi che dissolvono la responsabilità in procedure tecniche producono un linguaggio orientato alla semplificazione e alla prestazione, come mostrano le trasformazioni etiche introdotte dall’intelligenza artificiale.


La poesia non è importante perché salva o consola. È importante perché rifiuta la funzione. Non serve a nulla, nel senso utilitaristico del termine. E proprio per questo restituisce al linguaggio una dimensione che l’ottimizzazione tende a cancellare: l’ambiguità, la lentezza, l’opacità feconda.


Scrivere o leggere poesia significa accettare che una parola non esaurisca il suo senso in un uso immediato. Significa sottrarre il linguaggio alla logica della prestazione. In un mondo in cui le parole sono sempre più strumenti, la poesia insiste nel trattarle come luoghi.


Questa è una questione politica, non estetica. Una società che perde il diritto a un linguaggio non funzionale perde anche la capacità di pensare ciò che non è immediatamente traducibile in consenso, consumo o comando.


Difendere la poesia oggi non significa difendere una tradizione letteraria, ma uno spazio di libertà del linguaggio. In tempi di comunicazione algoritmica ed etica procedurale, la poesia non è un lusso culturale: è una pratica minima di resistenza della coscienza.

Calliope teaches Music to the young Orpheus - Auguste Alexandre Hirsch (1833–1912) - Museum of Art and Archeology of Périgord
Calliope teaches Music to the young Orpheus - Auguste Alexandre Hirsch (1833–1912) - Museum of Art and Archeology of Périgord

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