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Parola d'ordine: Repressione! La protesta al Sud, gli scontri a Milano e la deriva autoritaria del governo

47 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

Sud Italia, scenario apocalittico: scaffali dei supermercati vuoti, benzinai che esibiscono il cartello “CARBURANTE FINITO” e autostrade bloccate. Autotrasportatori e lavoratori sono in protesta per una condizione di vita oramai insostenibile, la disperazione di persone messe in ginocchio dal carovita, l’inflazione e il prezzo del gas. I manifestanti chiedono al governo risposte, tutele concrete e soluzioni perché faticano a portarsi a casa i soldi per arrivare a fine mese. Eppure di fronte a interi territori bloccati e alla disperazione sociale di un intero Mezzogiorno, sui telegiornali nazionali è sceso il silenzio: nessun servizio d'approfondimento, nessuna voce data ai lavoratori, in una scandalosa omissione da parte di chi dovrebbe garantire il servizio pubblico e che invece opera ormai come televisione governativa e strumento di propaganda. Parallelamente, al Nord la tensione si sposta in piazza, dove studenti manifestano per denunciare il definanziamento dell’istruzione, il caro-affitti e un futuro economico per nulla rassicurante. Di fronte a questo clima di tensione sociale, la narrazione mediatica e politica si è subito concentrata su singoli episodi di scontro: è inaccettabile che la condotta isolata di una minima parte di manifestanti, responsabile di limitati danni materiali, venga usata come pretesto per criminalizzare e delegittimare l'intera generazione di studenti in piazza. La strumentalizzazione della violenza minoritaria è diventata il grimaldello con cui il governo evita di affrontare i problemi reali posti dai giovani. 


Videomessaggio del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. https://www.governo.it/it

Il videomessaggio del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, riguardo le disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile approvate dal Consiglio dei Ministri - https://www.governo.it/it


Eppure una soluzione, a quanto pare, è stata trovata: scatta il nono Decreto Sicurezza. L’ennesima, inutile, stretta autoritaria da parte di chi, ancora una volta, sceglie di gestire la sofferenza sociale come un mero problema di ordine pubblico. C’è un amaro risvolto ironico in tutta questa situazione, a mio parere, ed è che la violenza viene condannata e repressa ferocemente solo quando fa comodo alla politica per silenziare il dissenso, ma noi tutti ricordiamo come, soltanto pochi mesi fa, da parte dello stesso governo sia arrivata una calorosa ed esplicita difesa nei confronti del gioielliere che spara e uccide i rapinatori in fuga, elevando la giustizia fai-da-te a heroism. Per quanto riguarda le proteste al Sud, si stanno identificando e schedando i camionisti nei presidi e schierando le forze dell'ordine in assetto repressivo. Nello specifico, il nuovo decreto sicurezza introduce una ulteriore e consistente stretta sulle proteste di piazza e sull'ordine pubblico, aumentando il ricorso allo strumento penale: la misura centrale è la creazione del nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche o "partecipazione violenta", che punisce con il carcere fino a 5 anni, ed elevabili fino a 12 per chi promuove o organizza i gruppi, anche via social, chi compie atti di scontro in gruppi di almeno 5 persone. Il provvedimento, poi, inasprisce le pene per il blocco stradale e per il danneggiamento di beni pubblici, estende l'uso dell'arresto in flagranza differita fino a 48 ore dagli scontri tramite analisi di foto e video ed espande il fermo preventivo di polizia fino a 12 ore anche ai minorenni. Vengono infine introdotte sanzioni pecuniarie severe a carico dei genitori per i danni materiali causati dai figli minori durante le manifestazioni.


Questa reazione conferma ancora una volta la vera natura di questo esecutivo: una compagine retta da pulsioni nostalgiche e da una visione chiaramente autoritaria della società, che rispolvera il peggior repertorio dell'ideologia fascista. Di fronte alle storture economiche e all'incapacità di governare la crisi, il potere manifesta un'allergia patologica verso la democrazia partecipativa, concependo l'opposizione sociale non come un diritto, ma come un nemico interno da debellare. Attraverso la creazione di norme liberticide e l'uso sproporzionato della forza, si tenta di instaurare un clima di intimidazione collettiva per silenziare chiunque alzi la testa.


È accettabile che il governo risponda alla crisi sociale ed economica reprimendo gli studenti e identificando chi lavora, mentre giustifica la violenza privata quando gli conviene?   

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