Il futuro è nostro?
Articolo a cura di Biagio Di Carlo
Siamo tutti chiusi in stanza. Le pareti bianche, le finestre aperte, il pavimento scavato dai passi continui di ragazzi che cercano di elaborare sempre la stessa frase: il futuro è vostro.

Dettaglio delle manifestazioni studentesche di Salerno di venerdì 16 ottobre 2026 - foto di Silvia Ventre.
A cena, tuo zio te lo ripete tre volte di fila, sempre con lo stesso tono, mentre ingrassa mangiando a bocconi la pasta asciutta della domenica e in televisione parlano del costo della benzina. Sta a voi, dice. Noi il nostro lo abbiamo fatto.
Al bar, una donna sulla cinquantina sorseggia rumorosamente il suo caffè, che ha pagato il doppio rispetto a qualche anno fa, ti guarda, scuote la testa e dice che non vorrebbe essere al tuo posto, perché Dio solo sa dove andremo a finire.
A scuola, tra una lezione e l'altra, con il caldo che ti entra fin sotto i capelli, così dentro che il poco di cervello che ti rimane si squaglia, il prof batte secco il libro sul tavolo, perché non siete capaci nemmeno di ascoltare e se il nostro futuro è questo, beh, meglio non esserci.
A casa, tuo padre ti fissa tutto il tempo, non dice una parola, e il telegiornale ti rimanda alle proteste in Francia, a quelle in Spagna, alle piazze inondate di giovani che straripano voglia di cambiare e di crescere in un paese felice. Questo volete fare? Ti dice. Spaccare tutto e basta? Questo volete fare? Te lo ripete, dopo che è tornato da dieci ore di lavoro, con la schiena spaccata, il portafoglio che si riempie di polvere, un mutuo a tasso fisso che pare aumentare ogni anno e una famiglia che con due stipendi arriva giusto in tempo a fine mese.
Tutte persone convinte da anni di propaganda becera che bisogna solo piegare la schiena, che è l'unico modo per andare avanti. Prendere quello che c'è e lasciare stare quello che non possiamo avere. Analfabeti funzionali, che confondono il diritto a una bella vita con il dovere di sacrificarsi per una vita a malapena dignitosa.
Ma in piazza, tanti ragazzi stanno protestando, perché a scuola i bagni cadono a pezzi, perché la politica ha deciso di tagliare milioni all'istruzione, perché per fare dieci chilometri di strada ci mettono quaranta minuti di autobus, perché hanno visto, in altre parti del mondo, che se ti fai sentire cadono i governi, i vecchi sorridono, i sindaci ti fanno da scudo e persino la polizia, a volte, protesta con te. Perché tutti vogliamo le stesse cose: una casa, un lavoro, una famiglia, tanto tempo libero.
Per questo ti hanno cresciuto con il mito dell'uomo che si fa da solo, della donna che deve badare alla casa, della paura dei poveri, perché è colpa loro se non vogliono fare soldi, del successo che si raggiunge a discapito degli altri; perché non conviene a nessun governo raccontarti che si può crescere tutti insieme, comunitariamente, altrimenti avrebbero una grande massa unita che si alzerebbe contro i pochi che vogliono governarla.
Io ho tanto e tu pure. Se vogliono togliercelo dovranno vedersela con tutti noi. Ma se io ho tanto e tu poco, allora sei tu che vorrai togliere a me. Quel tanto possono essere soldi, potere, diritti: tutto ciò che è commerciabile in cambio di pacchetti di voti. Allora i nemici nascono all'interno della stessa comunità. Il bianco odia il nero, l'etero odia l'omosessuale, lo studente l'altro studente e così via, perché è colpa sua se non riesco a raggiungere la vetta.
Perché chi l'ha raggiunta l'ha fatto da solo, rimanendo fuori dai problemi che creano gli altri.
Così hai paura di prendere posizione, in un contesto sociale in cui il nemico è il pigro, non il ricco, il tuo amico è il potente, non il povero, la violenza è nelle vetrine, non nella fame, e il futuro è tuo nella misura in cui stai zitto e continui a lavorare.
Solo che a un certo punto, come sta accadendo adesso, dopo anni di mobilitazioni, oltre ai soliti qualcun altro si domanda: ma è questo il nostro futuro? E lì inizia la politica, quando decidi da che punto di vista vuoi rispondere al problema. Lì gli studenti sono tutti studenti, tutti uguali: quando decidono che non ce la fanno più a fare gli interessi della politica, ma vogliono essere la politica.
In Italia non ci stiamo svegliando, siamo sempre stati svegli. Ma in pochi. Nelle grandi città, dove è facile nascondersi tra la folla senza sentirsi in imbarazzo a prendere posizione, sembriamo molti di più. Paghiamo caro il prezzo di una struttura politica che manca, ignoranti educati a conoscere le cose giuste; di sindacati incapaci di unire e partiti concentrati a presenziare; della capacità di padri, zie, nonni di raccontarci più di quanto facciamo noi stessi; dell'informazione di definirci buoni e cattivi a seconda dell'occasione.
Ma è un'idea di società ormai vecchia, che non ha saputo rinnovarsi, che non sa prenderci perché continua a voler tenere il pallino della narrazione. Non ti fa immaginare. Ma questo può cambiare, se continuiamo a insistere, senza sperare di essere come i francesi o gli spagnoli, ma cercando di costruire insieme il nostro futuro, arrivando a raccontarci da soli, senza paura di abbracciare il progresso che ogni giorno, gratuitamente, il tessuto sociale più fresco e ribelle prova a montare pezzo per pezzo, lontano da una scia nera che ci sta invadendo e crea nemici.
Così siamo tutti più deboli. Così il futuro lo scrivono loro. E noi non ci siamo.




