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Omicidio Pasolini, impossibile chiudere un caso aperto

2 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Sta diventando quasi un rito quello di riaprire le indagini sul brutale omicidio di Pier Paolo Pasolini. Ci sono un prima e un dopo. Il volto fiero, scolpito e magro di Pier Paolo in primo piano, uno dei celebri ritratti fotografici in bianco e nero che ne mettono in risalto la profondità degli occhi, quelli che erano nascosti dietro i suoi spessi occhiali da sole o dall’obiettivo di una cinepresa. Il grumo di sangue, cenci strappati, sabbia e carne, i capelli aggrovigliati a mazzetti su quel capo poggiato inerme di lato, i lividi, un corpo straziato dalla violenza. Due immagini che è naturale rifiutarsi di attribuire alla stessa persona. Troppo irrazionale. Orribile. Lui aveva speso una vita nella celebrazione della piccola poesia quotidiana per poter finire così.


Ritratto in bianco e nero di Pier Paolo Pasolini con il volto pensieroso poggiato sulla mano destra - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pier_Paolo_Pasolini_by_Anatole_Saderman,_1962.jpg

Eppure, Pier Paolo Pasolini venne ucciso da mani ignote in una squallida notte fra l’1 e il 2 novembre del 1975 sul litorale di Ostia, fra le baracche oscene di povertà ed emarginazione. Molti colsero col sorrisetto la beffarda ironia della somiglianza con alcuni set dei suoi film o lo scenario umano dei romanzi scolpiti dai martelletti della sua macchina da scrivere.


Frettolosamente, troppo, venne giudicato colpevole Pino Pelosi, la “Rana”. Il giovinetto di vita che il poeta aveva imbarcato in auto per renderlo un Antinoo a tempo determinato di lui novello Adriano. Sesso a pagamento nella periferia della città eterna. Una prestazione rifiutata alla quale il ragazzo aveva reagito violentemente per sottrarsi dal suo predatore. Ne nasce una colluttazione, pugni, spintoni, un’asse di legno marcito usato per percuotere gravemente Pasolini e poi Pelosi si infila nell’Alfa Giulia 2000 GTV grigia, ingrana la marcia e, per la paura, fretta e in preda alla confusione, investe il regista esanime. Così fu messo agli atti e il caso fu risolto in frettolosamente. Troppo.


Ma una vicenda del genere non può essere liquidata. Non perché Pasolini fosse uno degli intellettuali di punta di quel periodo, non perché eccellesse nell’arte cinematografica o nella scrittura. Pasolini era il giornalista di quel lapidario “IO SO” che risuonò come il tuono del giorno del giudizio per i neofascisti nella società italiana. Troppe persone avrebbero gioito della sua morte, non solo i detrattori o quelli che si divertivano a chiamarlo pederasta o che erano troppo lontani dal comprendere la profondità delle sue opere.


Nel corso degli anni, si sono delineati almeno due filoni di solidi sospetti su chi potessero essere i mandanti dell’omicidio. Uno è legato al furto delle bobine del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, opera che ridicolizzava pesantemente il fascismo della repubblica sociale, dipinto come un orrido inferno in terra fatto di perversioni sessuali e coprofagia. Secondo questa tesi, il regista venne attirato ad Ostia per recuperare il maltolto ed essere ucciso, forse proprio per le offese alla “augusta” memoria del regime.


L’altra ipotesi, più articolata, mette in campo il romanzo incompiuto “Petrolio”, in cui Pasolini, con l’usuale stile allegorico, adombrava intrecci di varia natura fra uomini d’affari, politici, malavita e dirigenti dell’Eni. Si poteva forse scorgere, sotto la coltre di aberrazioni e sessualità, alcuni elementi dell’omicidio Mattei, l’industriale che seppe mettere in discussione l’oligopolio delle “Sette sorelle” del petrolio?


Con un passo indietro, si torna nuovamente al già citato “IO SO”. Cosa sapeva realmente Pasolini? Il suo era solo l’ennesima “pagina corsara” con cui faceva scorribanda nell’opinione pubblica italiana o un messaggio sotto gli occhi di tutti ma indirizzato realmente ai responsabili neofascisti di stragi e tentati golpe? Il silenzio della morte è stato fatto calare sulla vicenda, salvo periodiche riaperture e archiviazioni dovute al nuovo DNA né dell’artista né del suo assassino designato, o alle nuove confessioni di Pelosi che confermarono, nel 2005, la presenza e l’azione di altre persone.


Così come ipotizzato da tante persone, fra cui Oriana Fallaci, il vigore atletico di Pier Paolo Pasolini difficilmente poteva essere piegato dal gracile Pino Pelosi, uscito per di più solo con pochi graffi da una colluttazione che, invece, aveva avuto effetti devastanti sul corpo allenato del poeta. Il ritrovamento di oggetti appartenenti a terzi era un altro elemento foriero di dubbi.


Oggi spunterebbero altri elementi: un nuovo testimone e dei filmati di un tg dell’epoca, quanto basta per rilanciare il caso. Torna anche il berciare di corollario degli avversari di un intellettuale così lucido da precorrere i tempi e, forse proprio per questo, da zittire a tutti i costi. Una luce potrebbe essere fatta. Più amaramente, il tempo e l’età presunta dei mandanti sigilleranno il mistero dietro delle lapidi.


Ma Pier Paolo Pasolini non è quel corpo maciullato sul litorale di Ostia. Lui vive nelle sue opere eretiche e poetiche, nelle “profezie”, nelle interviste, nello sguardo impresso nei film. Non è già solo questa un’eterna condanna per i suoi assassini?

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