Perché è lecito parlare di un Pasolini conservatore e reazionario
- Fernando Massimo Adonia

- 29 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Pasolini conservatore? Certo che sì – a patto però che si abbia ben chiaro che una dicitura di tale peso può esistere solo entro lo spazio della provocazione. Ed è dentro questo recinto che diventa lecito spingersi fino all’ipotesi di un Pasolini addirittura reazionario. Non come etichetta, ma come cortocircuito critico.

Inutile nasconderlo: esiste una destra, anche radicale (anzi, soprattutto quella), che non solo legge Pier Paolo Pasolini, ma lo consiglia apertamente tra i testi per una buona formazione militante. Nella lista compaiono Gli Scritti corsari e le Lettere luterane. Non si tratta tuttavia di una canonizzazione ideologica né di un’adesione organica: Pasolini non diventa “di destra” per il solo fatto di essere letto da destra. Ma proprio questo uso anomalo, questa appropriazione impossibile, dice molto sia su Pasolini sia sulle fratture profonde dell’attuale paesaggio culturale.
Al giornalista e saggista Adalberto Baldoni va riconosciuto il merito di aver messo ordine in questo dossier con Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra (Vallecchi, 2010). Ad Alessandro Gnocchi si devono ulteriori e acute indagini sul caso. È lunga, del resto, la lista di quanti si sono occupati da destra dell’opera di chi, in anni di ostracismo, ebbe il coraggio di intervistare Ezra Pound. Un gesto tutt’altro che neutro: non una bizzarria culturale, ma una sfida aperta all’antifascismo amministrato, incapace di distinguere tra giudizio storico e rimozione culturale. L’intesa, se così la si vuole chiamare, non è simbolica soltanto: investe i contenuti.
Omosessuale in un’Italia bigotta, ateo e credente, marxista in modo tutt’altro che ortodosso. Antifascista. Pasolini era tutto questo, ma non come sintesi pacificata: piuttosto come conflitto permanente. Non a caso, né i vertici dell’MSI né quelli ecclesiastici furono mai disposti a concedergli molto. Pasolini non fu mai adottabile. Genio inquieto, intellettuale capace di leggere il suo tempo oltre le categorie disponibili, Pasolini resta nemico di ogni semplificazione. Le sue posizioni – le critiche al Sessantotto, il rifiuto dell’antifascismo di maniera, il no al consumismo, la difesa dei poveri, la critica all’idea di progresso automatico – non sono frammenti incoerenti, ma elementi di una visione tragica della modernità, intesa come perdita antropologica.
Pasolini era un antimoderno. Non nostalgico, non reazionario in senso ordinario, ma radicalmente ostile all’idea che il mutamento coincida sempre con l’emancipazione. Saluto e augurio, ultima poesia in friulano, è emblematica. Dedicata a un giovane fascista, si chiude con un mandato che suona come un testamento, un mantra: «Difendere, conservare, pregare». Ma ridurla a investitura politica sarebbe un errore grossolano. Il testo è, al contrario, una delle massime espressioni della non-arruolabilità di Pasolini. Scrive, tra l’altro:
«Che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna…
ama i poveri: ama la loro diversità,
ama il loro dialetto inventato ogni mattina
per non farsi capire…
Dentro il nostro mondo, non essere borghese,
ma un santo o un soldato:
un santo senza ignoranza,
un soldato senza violenza…
È sufficiente che il sentimento della vita
sia per tutti uguale: il resto non importa…
Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii.
Io camminerò leggero, scegliendo per sempre
la vita, la gioventù».
È tutto qui. Amore per i poveri senza populismo. Disciplina senza violenza. Tradizione senza restaurazione. Una destra e una sinistra entrambe messe sotto accusa. Nulla di pacificabile. Nulla di spendibile come slogan. Ognuno è libero di collocare dunque Pasolini dove vuole, purché non gli faccia un torto. Perché Pasolini, prima di tutto, resiste alla collocazione. Quando era in vita, la destra lo odiava. Oggi talvolta lo cita, raramente lo legge davvero. Ma forse la domanda decisiva non è se Pasolini fosse comunista o di sinistra. Forse la domanda è perché continuiamo ad avere bisogno di incasellarlo. È dentro questa domanda, e non nella risposta, che vale ancora la pena sollevare ogni provocazione.





